VercelliOggi.it
Il primo portale quotidiano della provincia di Cuneo
Meteo.it
Borsa Italiana
venerdì 7 agosto 2020 | Vai alla Prima Pagina
Il Santo del giorno
Cerco/Offro lavoro
PiemonteOggi.it
CasaleOggi.it
BiellaOggi.it
CuneoOggi.it
Dettaglio News
01/08/2015 - Vercelli Città - Pagine di Fede

CHIESA DI LAODICEA, RISCHIO SEMPRE IN AGGUATO - Mons. Marco Arnolfo: sto per dire una cosa un po’ grossa - E senza mezzi termini richiama ad una fede "non virtuale" - Tanti italiani profughi in Patria - GALLERY E FILMATO

CHIESA DI LAODICEA, RISCHIO SEMPRE IN AGGUATO - Mons. Marco Arnolfo: sto per dire una cosa un po’ grossa - E senza mezzi termini richiama ad una fede "non virtuale" - Tanti italiani profughi in Patria - GALLERY E FILMATO

( guido gabotto ) - Forse potrà apparire inusuale l’immagine con la quale abbiamo scelto di aprire questa cronaca sulla Solennità di S.Eusebio, in questo 1 agosto 2015.

 

( E' On line  il filmato

http://www.vercellioggi.it/dett_video_notizie.asp?id=2446

con: integrale, l’omelia di Mons. Marco Arnolfo, l’esecuzione della “Toccata” di Bonaventura Somma, all'organi il Maestro Carlo Montalenti e qualche breve spunto della Liturgia. Domani, seguirà un altro filmato con un’ampia sintesi di tutti i canti e le musiche che hanno animato la celebrazione della S.Messa Ponficale odierna).

 

La pedaliera dello splendido organo “Mascioni”, un vanto della Diocesi, un valore inestimabile che Chiesa eusebiana mette a disposizione di tutti.

Restaurato ed ampliato nel 2013, resta memorabile la serata del 17 novembre di quell’anno nella quale Padre Theo Fleury eseguì una serie di improvvisazioni musicali alle tastiere che lasciarono letteralmente senza fiato i presenti.

Con piacere possiamo riproporre i momenti salienti di quella circostanza,  che comprendono anche l’intervista ai protagonisti.

 

Guarda anche:

http://www.vercellioggi.it/dett_video_notizie.asp?id=2157

 

La pedaliera non è, naturalmente, inerte.

 

E’ azionata dall’organista Carlo Montalenti

( del quale ci siamo con piacere occupati di recente, a proposito della rassegna organistica di Trino:

 

http://www.vercellioggi.it/dett_news.asp?id=62070 )

 

che esegue tra l’altro una “toccata” di Bonaventura Somma che merita di essere ascoltata. E di sicuro, se è permesso, almeno per quanto ci riguarda, “ri” ascoltata.

E’ da sei generazioni che la famiglia Mascioni fabbrica organi.

Ed uno dei loro lavori più pregevoli è qui. Frutto dunque, del deposito culturale sedimentato ed anche sviluppato nel corso di esistenze, vite, storie familiari: un fiume che ad un certo punto lambisce anche Vercelli lasciandovi una testimonianza  unica di saperi. Di conoscenza, di tecnologia, di “saper fare”, lavorando con le mani ed il cervello, come è proprio dell’artigiano.

Poi, i musici.

E’ stato giustamente osservato nella giornata di oggi che la nostra Diocesi non ha nulla da invidiare, quanto meno nel territorio piemontese, a realtà forse più grandi dal punto di vista delle estensione geografica, della entità della popolazione.

Eppure il valore dei nostri complessi vocali e strumentali è assoluto.

Oggi la Liturigia è stata animata dal Coro e dai Solisti della Cappella Musicale della Cattedrale, con il Quintetto d’Ottoni della Cattedrale costituito da Alessio Molinaro (tromba), Roberto Foglia (tromba), Simona Sallustio (trombone), Franco Salerno (trombone) e Cristiano Margaria (trombone basso).

Con Montalenti un altro organista di valore, Don Maurizio Gallazzo.

La direzione come sempre affidata al Maestro di Cappella, il Maestro Mons. Denis Silano.

Meglio dire che il talento dei musicisti vercellesi che si sono occupati di musica sacra, per tutto il Secondo Dopoguerra, è sempre stato di valore assoluto, se abbiamo a mente personalità superiori come Don Dante Destefanis o il Maestro Vittorio Rosetta.

Don Dante – per esempio – nel corso della sua attività di studioso scoprì una partitura inedita di Antonio Vivaldi.

***

Un particolare, certo, forse non piccolo, ma comunque solo un particolare.

Eccone un altro.

L’immagine della pedaliera evoca un lavoro che quasi nessuno “vede”.

Si sente, è ovvio, se ne percepiscono gli effetti.

Si manifesta, ma è come nascosto.

Non perché ci sia qualcosa da occultare, me perché è un lavoro che dà i suoi frutti se è fatto bene, ma senza entrare sulla scena.

Come quasi sempre, del resto, un po’ tutto il lavoro dell’organista. Ma soprattutto quello dei suoi piedi.

E’ un po’ anche il simbolo di un “darsi da fare con mani e con piedi” che è la cifra del nostro, di vercellesi, essere laboriosi.

Non si rifiuta mai un lavoro”.

Così diceva a suo figlio, nostro amico, un anziano della Montefibre che voleva insegnargli a non perdere il tempo aspettando il “lavoro che fa per me”, altrimenti c’è il rischio che il tempo perda noi.

***

Ebbene, la Liturgia di oggi, l’organizzazione perfetta di un momento veramente lieto per tutti i fedeli che sono accorsi a gremire il Duomo di Vercelli per rendere onore al Patrono, è anche la conseguenza, il frutto, di un grande impegno organizzativo.

E’ a suo modo anch’esso un risultato professionale.

Compiuto per dedizione e cura pastorali, alimentato e mosso da una motivazione vocazionale, ma integrato da tecniche e metodi propri del lavoro di equipe.

Un modo di fare squadra che significa – anche così – fare Chiesa, remare dalla stessa parte, vivere – come ha ricordato Don Marco nell’omelia – quella vita cenobitica insegnata proprio da S. Eusebio.

Il regista è naturalmente lo stesso Arcivescovo, ma il gruppo di lavoro ormai collaudato è composto da Mons. Pino Cavallone, Mons. Cristiano Bodo, Don Stefano Bedello. Si intuisce poi una non episodica azione di supporto da parte di Francesco Crosio.

Sarà un team che tra breve – è questa un’altra notizia della giornata – sarà impegnato per le celebrazioni in occasione della beatificazione di un altro grande Sacerdote vercellese, Don Giacomo Abbondo, vissuto a Tronzano nel XVIII Secolo.

***

Ebbene, ce n’è abbastanza per essere contenti: una cultura ben sedimentata e sperimentata  anche nei suoi strumenti, nelle sue “tecniche”.

Valori non improvvisati, né preda delle suggestioni, sicchè si può dire che la nostra sia una fede “adulta”.

E allora questo convenire in Duomo oggi potrebbe raffigurarsi anche come il segno puntiglioso e consolatorio di una “certificazione” periodica e necessaria: come se si facesse il tagliando ad un modo di essere e fare Chiesa e poi – per estensione – di fare comunità, di essere società civile.

Un controllo qualità. Dal quale potremmo concludere con soddisfazione che tutti i parametri sono rispettati ed il check è superato.

***

Se si pensasse così, arriva l’omelia di Mons. Marco Arnolfo a spazzare via tutto ed a buttare tutto all’aria.

Come se in casa arrivasse qualcuno a riorganizzare improvvisamente l’arredamento.

Solo che Don Marco non pensa tanto all’arredamento, ma piuttosto alla nostra conversione.

Si vede che dobbiamo darci una mossa, perché gli esami non finiscono mai.

Parte – questa volta – un po’ sornione,  dando quel tanto che retoricamente basta a S. Eusebio in persona. Ne riprende alcuni brani tratti dalla lettera inviata a Vercelli dall’esilio di Scitopoli.

Ma subito va al cuore del problema, non senza avere preavvisato che la ricetta dà luogo ad un preparato di non facile, né immediatamente agevole assunzione:

Sto per dire una cosa un po’ grossa…”

Sentiamo.

“Fidem custodire”, del resto, diceva il Protovescovo.

E così pare vigilare – tramite il suo Successore – proprio sulla nostra fede.

Ecco tre pericoli, che stanno sulla nostra strada.

Che non sia un fede  “virtuale”.

Una fede “disincarnata”.

Una fede che “ci lascia sempre tranquilli, fuori dal gioco, senza responsabilità”.

Ma che deve tradursi in gesti concreti, in atti di generosità.

Così allora diventano fecondi la cultura, i saperi, il know how, gli strumenti, i beni ed i talenti insomma, che nella nostra Chiesa eusebiana non mancano di sicuro, anzi ci invidiano un po’ dappertutto.

Sono tutte bellissime cose, vere e concrete anch’esse, ma non possono stare lì come in un museo. Come se fossero già a nostra memoria.

Basta così?

No.

***

L’Arcivescovo va oltre.

Sa che lasciata lì come – a sua volta – un’opera d’arte da esporre, questa petizione di principio, pur sacrosanta, potrebbe essere confinata un po’ nel vago e magari attirarsi un sacco di consensi.

Ma si vede che Don Marco non cerca i consensi, almeno quelli facili.

E allora si preoccupa di meglio esemplificare il concetto: con l’indicazione di qualche caso concreto cui applicarsi.

Primo caso: facciamo vedere quello che sappiamo fare per fare sentire bene accolti gli stranieri che sono tra noi.

Sono stranieri come fu S.Eusebio a Scitopoli.

Come si sentiva solo. Fuggiva da una persecuzione. Era pieno di fastidi. Non aveva – è ovvio – una lira.

Attorno a lui solo diffidenza ed ostilità.

Finchè qualche cuore non gli si è aperto.

Ecco. E i nostri, di cuori, si aprono?

O restano lì a recriminare sui motivi per cui questi fratelli siano qui?

Come se i motivi – non tutti certo condivisibili, anzi – avessero ragione dei fatti reali.

Sono qui.

Non basta, dunque, sforzarsi per – almeno – salutare il profugo che ti avvicina all’uscita del Supermercato?

No. Bisogna fare di più.

***

Come sono qui anche quegli altri. Gli altri chi?!

Ci sono i profughi di casa nostra. Che sono il secondo caso.

Forse non sanno di sembrare neomazziniani: stranieri in Patria.

Che sono i nuovi poveri, i derelitti, quelli che non hanno più lavoro ed hanno – ad esempio – 50 anni.

A volte non hanno nemmeno più la casa.

Soprattutto, non hanno nessuno che li ascolta. Sono senza voce, ma sarebbe meglio dire che altri sono senza orecchie.

Non solo “invisibili”, ma “muti”.

Loro, se possibile, sono ancora più profughi dei profughi e ricordandoli Don Marco fa anche un po’ giustizia di tanto buonismo d’accatto che approva i 34 euro al giorno spesi per ospitare ciascun migrante, mentre non si riesce a dare un salario di cittadinanza, nemmeno temporaneo, a due coniugi che perdano il lavoro.

E che sperimentino il bump down sociale, che a volte è persino peggio delle miseria nera.

Così, chi pensava di udire una omelia di tutto riposo, in questo primo giorno in cui il caldo molla un po’ ed il Cielo manda un po’ di pioggia, è servito.

Insomma, è qui da poco, ma pare si sia accorto che il nostro tallone d’Achille rischia di essere un po’ sempre quello, di finire come la  Chiesa di Laodicea.

Né caldi né freddi.

Ma non è un pregio?

No, almeno per l’Eterno, che si premura, nell’Apocalisse di San Giovanni, di ammonire l’ Angelo della Chiesa di Laodicea:”Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! 16 Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca”.

Fin qui la nostra cronaca della Liturgia concelebrata da cinque Vescovi. Oltre a Don Marco sono venuti per la Solennità di S.Eusebio un “vercellese doc”, come l’ha salutato lo stesso Arcivescovo, Mons- Gianni Ambrosio, Vescovo di Piacenza – Bobbio, oltre a Mons. Gabriele Mana da Biella ed Alceste Catella da Casale. Non poteva naturalmente mancare l’Arcivescovo emerito,  Padre Enrico Masseroni.

Ma molto meglio della cronaca è l’ascolto in presa diretta delle parole dell’Arcivescovo, guardando il nostro audio video:

http://www.vercellioggi.it/dett_video_notizie.asp?id=2446

 

VercelliOggi.it è e sarà sempre gratuito.

Puoi aiutarci a crescere effettuando una libera donazione nelle modalità seguenti, illustrate cliccando questo link:

http://www.vercellioggi.it/donazioni.asp

Commenta la notizia su https://www.facebook.com/groups/vercellioggi

 

CuneoOggi.it - Network © - Blog
Vercelli Oggi.it Sas Di G.Gabotto & C. - P.I. 02685460020- Direttore: Guido Gabotto
Numero telefonico unico, anche Whatsapp: 335 8457447
Mail: info@cuneooggi.it - Note Legali - Privacy
Supporto tecnologico: Etinet s.r.l - 12038 Savigliano (CN) - www.etinet.it