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27/04/2010 - Fossanese - Società e Costume

FOSSANO NON DIMENTICA BEPPE MANFREDI - A cinque anni dalla scomparsa lo ricorderanno Raniero La Valle e Sergio Soave

FOSSANO NON DIMENTICA BEPPE MANFREDI - A cinque anni dalla scomparsa lo ricorderanno Raniero La Valle e Sergio Soave
Raniero La Valle

A cinque anni dalla scomparsa, la città di Fossano tornerà a ricordare il sindaco Beppe Manfredi. Lo farà venerdì 30 aprile, con una serata dedicata alle elezioni del 1976, quelle in cui Manfredi fu eletto deputato come indipendente nelle liste del Partito Comunista. Ne parleranno Sergio Soave, docente universitario e sindaco di Savigliano, e Raniero La Valle, scrittore e giornalista, che come Manfredi fece parte di quella pattuglia di cattolici candidati nella sinistra indipendente. Guiderà l’incontro Alessandro Parola, ricercatore di storia contemporanea e presidente del CeSPeC (Centro Studi sul Pensiero Contemporaneo). L’appuntamento è per le ore 21 presso la sala polivalente del Castello degli Acaja di Fossano.



Il 30 aprile 1976 il governo Moro annunciò le dimissioni e chiese al presidente della Repubblica Leone lo scioglimento anticipato delle Camere. Le nuove elezioni politiche furono indette per il 20 e 21 giugno. La geografia politica italiana era già cambiata molto con le elezioni amministrative e regionali dell’anno precedente. La Democrazia Cristiana ne era uscita ridimensionata, non solo in molte e importanti città, ma anche nelle roccaforti come la provincia di Cuneo c’era stato un preoccupante arretramento. Molti ritenevano che, a livello nazionale, l’esperienza del centrosinistra, avviato negli anni ’60 e ripreso a intermittenza nei primi anni ’70, fosse arrivata al definitivo capolinea.


La campagna elettorale del 1976 fu perciò dominata dal tema del possibile sorpasso dei comunisti ai danni della DC. E la decisione di un gruppo di intellettuali cattolici, tra cui Manfredi e La Valle, di candidarsi come indipendenti nel PCI suonò come un tradimento. Il sindaco di Fossano nel 1970 con la lista civica «La Nuova Frontiera» aveva già inferto alla DC un duro colpo, aprendo un laboratorio cittadino progressista, che di fatto superava l’unità politica dei cattolici. Con la candidatura comunista, però, si compiva un gesto di ben più grave significato. Tant’è vero che non tutti gli amici di Manfredi lo seguirono e capirono la sua scelta. Anche il vescovo mons. Dadone, dalle pagine de La Fedeltà, tuonò contro chi si era candidato nel PCI «dimenticando l’inconciliabilità teorica e pratica tra cristianesimo e comunismo ateo». E la polemica con don Giorgio Martina proseguì sul settimanale diocesano anche dopo l’elezione di Manfredi, che ottenne 15.761 preferenze e che portò il PCI al massimo consenso elettorale cittadino (dall’11 al 24%, ma la DC si era attestata sul 51%, perdendo solo tre punti).


A livello nazionale la DC scongiurò il temuto sorpasso. Risultarono sconfitti il PSI e i piccoli partiti alleati di governo, ad eccezione dei repubblicani. Il sistema politico italiano raggiunse la sua massima bipolarizzazione: la DC non poteva governare né alleandosi col PSI, che dopo la batosta elettorale viveva un momento di crisi interna, né appoggiandosi ai piccoli partiti suoi tradizionali alleati, anch’essi ridimensionati dal risultato delle urne. L’unica soluzione, dunque, fu quella di affidare la guida del Paese ad una vasta alleanza, cioè ad un governo di solidarietà nazionale. Ma non da subito, poiché l’ingresso del PCI al governo sarebbe stato difficile da far digerire dopo che l’intera campagna elettorale era stata impostata all’insegna dell’anticomunismo. Nacque così il governo monocolore guidato da Andreotti, detto «governo della non-sfiducia», grazie all’astensione dei comunisti. Per Manfredi era l’inizio di un’avventura romana del tutto singolare, che tra promesse e disillusioni si sarebbe protratta per sette anni. Un periodo segnato da una vivace dialettica cittadina e provinciale, che oggi è possibile ricostruire con sereno distacco, soprattutto a beneficio di chi quella stagione non l’ha vissuta in prima persona.


 


Raniero La Valle (Roma, 1931) è un giornalista, politico e intellettuale italiano. Dopo la laurea in giurisprudenza, diventa direttore de Il Popolo, fino a quando, nel 1961 viene chiamato a dirigere L’Avvenire d’Italia, quotidiano cattolico bolognese che, durante gli anni del Concilio Vaticano II, diventa uno dei più prestigiosi organi di informazione sull’evento. Si dimette dalla direzione del giornale nel 1967, negli anni difficili del post-Concilio, in cui iniziò la spinta “normalizzatrice” delle tendenze progressiste che si riconoscevano nel magistero del card. Giacomo Lercaro e della “scuola di Bologna”. Continua tuttavia la sua attività giornalistica, producendo per la RAI documentari e inchieste sui più scottanti temi dell’attualità, con un occhio sempre rivolto ai temi della pace e della giustizia internazionale (guerra in Vietnam, Cambogia, Palestina; dittature in America Latina, marcia dei pacifisti a Sarajevo).


Nel 1976 diventa parlamentare della Sinistra Indipendente, lavora nelle Commissioni Esteri e Difesa delle due Camere fino al 1992, in particolare per la riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Nel 1978 fonda con alcuni amici la rivista Bozze, vivace strumento del dibattito ecclesiale e civile, dirigendola fino al 1994. Buona parte del suo impegno è spesa a favore dei popoli oppressi, sia nelle istituzioni civili internazionali (è stato giudice al Tribunale permanente dei Popoli), come nel racconto documentario confluito nelle sue numerose opere: Dalla parte di Abele (1971), Fuori dal campo (1978), Dossier Vietnam-Cambogia (1981), Marianella e i suoi fratelli (1983), Pacem in terris, l’enciclica della liberazione (1987).


Attualmente è direttore di Vasti - scuola di critica delle antropologie e presidente del Comitato per la democrazia internazionale. Continua la sua attività giornalistica sulla rivista Rocca, nonché la sua attività come conferenziere e scrittore: i suoi ultimi libri sono Prima che l’amore finisca (2003) e Agonia e vocazione dell’Occidente (2005). Nel 2008 ha pubblicato il volume Se questo è un Dio, che costituisce una riflessione teologica di ampio respiro storico.


Nel luglio 2008 è stato promotore del Manifesto per la sinistra cristiana, che si propone anche il rilancio della partecipazione politica e dei valori fondati del patto costituzionale e la critica della democrazia maggioritaria (tra i primi cento firmatari compaiono le firme di Rita Borsellino, Giovanni Galloni, Giovanni Franzoni, Adriano Ossicini).


 

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