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27/01/2011 - Cuneo - La Posta

IL PROBLEMA DEL LAVORO

IL PROBLEMA DEL LAVORO

Succede che si attribuisca ad un evento un'importanza maggiore di quella che abbia effettivamente: infatti, pur essendo il referendum di Torino una consultazione che ha  interessato cinquemila o poco più lavoratori, che con l’indotto sono saliti a oltre ventimila, ovvero meno dello 0,1 per cento del numero dei lavoratori italiani, la scelta di Mirafiori sta diventando uno spartiacque sul futuro del lavoro nel nostro paese, grazie anche all’attenzione mediatica dedicata. La storia dell’industria italiana legata all’auto e l’importanza delle decisioni della FIAT hanno sicuramente stimolato l’attenzione di tutti, ma il referendum in se è poca cosa, ben più importante è invece il problema del lavoro in Italia. Se il buon giorno si vede dal mattino, allora questo problema avrà un lungo e tormentato cammino, fatto di scontri e ritorsioni, con l'inevitabile conseguenza che difficilmente troverà le giuste soluzioni, almeno nel breve periodo.



La vertenza FIAT è stata la “vertenza del mostrare i muscoli”, ossia da una parte l’azienda con tutte le sue motivazioni, che imponeva una scelta obbligata, dall’altra l’irriducibile sindacato della FIOM, anch’esso con le sue,  di motivazioni, arroccato sulle sue posizioni, senza disponibilità di dialogo. In un clima del genere trovare una soluzione soddisfacente era quasi impossibile, le tensioni alimentano le emozioni, le quali sfociano in decisioni sbagliate, aumentano la rigidità, in sostanza impediscono una chiara analisi del problema ed un reale impegno nel risolverlo. Marchionne avrà le sue buone ragioni (non è facile far quadrare i bilanci oggi, ma un po’ più di rispetto per chi lavora i manager dovrebbero averlo), idem i sindacati del No, ma io credo che questa strada sia pericolosa e soprattutto non permetta di affrontare il vero problema del lavoro nel nostro paese. E’ indubbio che il mondo stia cambiando, la globalizzazione ha imposto nuove regole, il mondo occidentale (Europa e Nord America) ha fatto le sue fortune, crescendo tecnologicamente, socialmente ed economicamente anche perché vaste parti del mondo continuavano a vivere nelle povertà (Africa, Sud America, Asia), ora le regole globali si stanno invertendo, ci sono economie emergenti che stanno creando una concorrenza spietata ai nostri mercati, è inevitabile che si debba prendere coscienza che il nostro sistema economico sia in declino. Se il mercato del lavoro non cambia è destinato ad una ingloriosa fine, quello che era sufficiente negli anni '60 non lo è più oggi. L’Italia sconta parecchie lacune nel mondo del lavoro, un costo della manodopera eccessivamente elevato, troppo lavoro nero, scarsa flessibilità per le imprese, poche infrastrutture, per questo si rende necessario invece di litigare trovare soluzioni, e anche velocemente. Ci sono domande che attendono delle risposte, ne espongo qualcuna personale. Fino a quando le nostre aziende riusciranno a resistere la concorrenza di economie dove il costo del lavoro è un decimo di quello italiano? Fin quando le aziende riusciranno a resistere con organici in cui la componente improduttiva è pari o maggiore a quella produttiva? I contratti nazionali sono ancora attuali? E' ancora sostenibile un metodo retributivo di 13 o 14 mensilità a fronte di 10 -11 mesi di lavoro? I lavoratori sono sufficientemente pagati o i loro stipendi sono rimasti fermi mentre il potere d’acquisto ha continuato a correre? Perché qualsiasi cambiamento nel mondo del lavoro viene vissuto in modo conflittuale? Cosa fanno i Governi in concreto nel merito? Lo Stato non si rende conto che con la burocrazia sta strangolando le piccole imprese? Io credo che nessuno abbia la bacchetta magica e forse queste domande sono banali e scontate, ma le generazioni future, i giovani, che un lavoro non lo trovano più, esigono delle risposte.... e, mi domando, che cosa penseranno quando si accorgeranno che invece di cercarle eravamo impegnati a litigare tra di noi.

Giuliano Degiovanni_ Rossana                  
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