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31/07/2010 - Cuneo Città - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO – Letture della Liturgia di domenica 1 agosto 2010 – "Tenetevi lontani da ogni cupidigia"

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO – Letture della Liturgia di domenica 1 agosto 2010 – "Tenetevi lontani da ogni cupidigia"
San Luca




Dal libro del Qoelet, Qo 1,2; 2,21-23


 


Vanità delle vanità, dice Qoèlet,


 


vanità delle vanità: tutto è vanità.


 


Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male.


 


Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!


 


Dal Sal 89


 


Tu fai ritornare l’uomo in polvere,


 


quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».


 


Mille anni, ai tuoi occhi,


 


sono come il giorno di ieri che è passato,


 


come un turno di veglia nella notte.


 


Tu li sommergi:


 


sono come un sogno al mattino,


 


come l’erba che germoglia;


 


al mattino fiorisce e germoglia,


 


alla sera è falciata e secca.


 


Insegnaci a contare i nostri giorni


 


e acquisteremo un cuore saggio.


 


Ritorna, Signore: fino a quando?


 


Abbi pietà dei tuoi servi!


 


Saziaci al mattino con il tuo amore:


 


esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.


 


Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:


 


rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,


 


l’opera delle nostre mani rendi salda.


 


Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Colossesi, Cap 3,1-5.9-11


 


Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.


 


Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.


 


 Dal vangelo secondo San Luca, Lc 12,13-21


 


In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».


 


E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».


 


Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».


 


UN PENSIERO SULLA PAROLA


Forse non  tutti ricordano che la terza parola di una delle Encicliche più citate – ma probabilmente meno lette, nella storia del Magistero – la “Rerum Novarum” di Leone XIII - è la parola “cupiditas”.


E’ così: “Rerum novarum cupiditas”. La cupidigia di cose nuove. Oppure, come nel testo che ha subito un po’ di “editing” nel corso dei decenni, “L’ardente brama di novità”. Ma la locuzione più edulcorata “ardente brama” forse non rende al Lettore il significato più pieno di quella “cupiditas” che pare l’urgenza prima cui il messaggio pontificio vuole attendere.


La cupidigia che “toglie di mezzo colui che ne è dominato” (Proverbi, 1,19).


La nozione di questo vizio è subito chiara anche nel primo testo leonino, che già al numero 2. insiste ricordando come gli operai del Secolo XIX, nello Stato industriale nascente, fossero caduti:”in balìa della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza”.


E sulla cupidigia e sulla sua insensata invadenza vuole attirare la nostra attenzione la Liturgia di questa domenica.


La Scrittura ritorna in diverse occasioni sull’argomento, proponendoci un insegnamento costante. La cupidigia è sempre una perversione dell’anima.


E’ soprattutto nel libro dei Proverbi che a lungo si batte su questo tasto.


Chi se ne subisce il fascino, chi ne accetta il giogo, è chiamato senza mezzi termini, con nome e cognome: empio. Infatti:”Tutta la vita l'empio indulge alla cupidigia” (Proverbi, 21,26).


Come abbiamo visto, la prima vittima di questa debolezza è chi non riesce a liberarsene:”Il Signore non lascia patir la fame al giusto,
ma delude la cupidigia degli empi
” (Proverbi, 10,3).


L’ansia di possedere è destinata a generare solo frustrazione, ma anche a produrre sconfitte sullo scenario della storia:”Toglie di mezzo colui che ne è dominato”, oppure:”nella cupidigia restano presi i perfidi” (Proverbi, 11,6).


Sono in particolare i testi sapienziali a consigliarci una realistica attività introspettiva, affinchè sappiamo dare ad ogni cosa il peso appropriato. Sappiamo definire una scala di valori che metta al primo posto ciò che è davvero importante: meritare la vita eterna.


Guadagnarci, con il nostro comportamento permeato dalla carità verso i fratelli, la salvezza. Una salvezza individuale, ma anche collettiva; escatologica, ma già capace di produrre effetti concreti anche sulla convivenza civile, sull’ordinamento, sul modo di stare insieme delle persone. Di stare insieme anche nei luoghi della produzione, dell’economia, del mercato.


Tanto è vero che Leone XIII può concludere la sua “Rerum Novarum” proprio suggerendo un supplemento di carità come “ingrediente” base di nuove relazioni sociali, nuovi e più maturi diritti di cittadinanza, per un’equità propedeutica ad un più giusto ordine dei rapporti tra classi e ceti produttivi. Ordine senza il quale è vano sperare in stabili prospettive per l’economia, gli scambi, la produzione, nel Paese e tra le Nazioni del Mondo:”impegnino le loro energie a salvezza dei popoli, e soprattutto alimentino in sé e accendano negli altri, nei grandi e nei piccoli, la carità, signora e regina di tutte le virtù. La salvezza desiderata dev'essere principalmente frutto di una effusione di carità”.


I brani della Scrittura che ascoltiamo questa settimana ci intrattengono dunque sulla cupidigia e, fin qui, abbiamo visto che noi per primi corriamo il rischio di declinarla, nelle nostre abituali categorie psicologiche, come qualcosa che abbia a che fare esclusivamente con il possesso delle cose materiali, con l’ordine economico, il denaro, i beni.


Invece è il Vangelo di San Luca che, con la consueta finezza ed il gusto per il particolare che ne costituisce la sempre affascinante cifra, si incarica di metterci sull’avviso. Bisogna stare attenti perché Gesù affida tutta questa mole di ulteriori pensieri ad una parolina, che campeggia nella frase e bisogna stare bene attenti a coglierla:”Tenetevi lontano da ogni cupidigia”. Proprio così “ogni” cupidigia.


La bramosia del possesso attraversa tutte le sfere della nostra personalità e del nostro carattere.


Ce lo dice con chiarezza anche San Pietro nella sua Seconda Lettera:” Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false” (Seconda Lettera di San Pietro, Cap.2,3). Il Principe degli Apostoli allude a falsi profeti, eresiarchi, ma così dicendo allarga l’orizzonte e descrive la vita di questi uomini pericolosi come affogata nella impudicizia:”Essi stimano felicità il piacere d'un giorno; sono tutta sporcizia e vergogna; si dilettano dei loro inganni mentre fan festa con voi; han gli occhi pieni di disonesti desideri e sono insaziabili di peccato, adescano le anime instabili, hanno il cuore rotto alla cupidigia, figli di maledizione” (Seconda Lettera di Pietro, 2,14-15).


E, del resto, è lo stesso Leone XIII a dirci che il problema del Secolo che sta per morire e di quello che sta per nascere è la “cupidigia” di cose nuove. Anche il desiderio di novità può diventare un idolo.


Ma l’idolo è sempre bugiardo. Ci rompe il cuore, qualunque sia l’oggetto del nostro “bramoso” desiderio: può essere un amore sbagliato, una persona che ci conquista, una carica pubblica, il potere.


Forse qualcuno ricorderà un bel film con e di Leonardo Pieraccioni, “Il principe e i pirata”.


Il protagonista, l’eroe positivo, impersonato proprio da Pieraccioni, fa la conoscenza con un boss della malavita. Una persona esecrabile, che tuttavia sa leggere negli occhi delle persone e che gli parla sentenziando:”Tu hai il cuore fratturato”. Sapremo poi, seguendo il racconto, che era vero, anche se si trattava di un cuore spezzato per un amore finito.


Ma l’accento, in questo caso, va posto sul cuore, sulla ferita. Indipendentemente dalla causa che l’ha generata. “Il cuore rotto dalla cupidigia” di cui parla San Pietro parla di sé negli sguardi infelici, anche quando famelici, di chi non sa sostituire all’ansia di possesso, l’apertura alla carità, al dono di sé.


 


 

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