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28/08/2010 - Saluzzese - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO – Letture della Liturgia di domenica 29 agosto 2010 – "Ogni sapienza viene dal Signore"

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO – Letture della Liturgia di domenica 29 agosto 2010 – "Ogni sapienza viene dal Signore"
Gesù ci ricorda che

Dal Libro del Siracide, Cap. 3,19-21.30-31



Figlio, compi le tue opere con mitezza,
e sarai amato più di un uomo generoso.
Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,
e troverai grazia davanti al Signore.
Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,
ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.
Perché grande è la potenza del Signore,
e dagli umili egli è glorificato.
Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,
perché in lui è radicata la pianta del male.
Il cuore sapiente medita le parabole,
un orecchio attento è quanto desidera il saggio.
Dal Salmo 67


I giusti si rallegrano,
esultano davanti a Dio
e cantano di gioia.
Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:
Signore è il suo nome.
Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri.
Pioggia abbondante hai riversato, o Dio,
la tua esausta eredità tu hai consolidato
e in essa ha abitato il tuo popolo,
in quella che, nella tua bontà,
hai reso sicura per il povero, o Dio.


Dalla Lettera di San Paolo Apostolo agli Ebrei, Cap. 12,18-29.22-24


Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola.
Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.


Dal Vangelo secondo San Luca, Cap. 14,1-7-14


Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti
dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».


UN PENSIERO SULLA PAROLA


C’è qualcosa, in questo quattordicesimo capitolo del Vangelo di San Luca, che è sempre stato capace di lasciarci lì a pensare, con qualche inquietudine. Bisogna scorrerlo fino all’ultima riga, per sentirsi dire da Gesù:”Chi ha orecchi per intendere, intenda” (Luca, 14, 35).


E così ci piove addosso, in tutta la sua eloquente allusività, l’incarico di guardare per bene dentro la nostra vita, senza illuderci che quel messaggio possa riguardare qualcun altro. Un messaggio che per tutto il capitolo è esemplificato in modo ben chiaro. Qualche brano basta, se non a spaventarci, a responsabilizzarci, a farci capire che siamo arrivati al nocciolo della questione: cosa vogliamo fare della nostra vita. Così, a un certo punto del nostro cammino, siamo noi stessi ad “autoconvocarci” in camera charitatis per una “riunione” con la nostra coscienza, domandandoci: allora, cosa vuoi fare?


Gesù incomincia questo discorso pedagogico “a casa di uno dei capi dei farisei”, cioè, si sarebbe detto una volta, “in partibus infidelium”, proprio in campo avversario. Ed è così, qualche volta, anche per noi. Quando ci autoconvochiamo per un briefing con la nostra coscienza e dobbiamo tirare le somme della nostra giornata (di quella terrena, nella sua parabola esistenziale, ma anche di quella di 24 ore: cosa abbiamo fatto al lavoro, in famiglia, oggi?) dobbiamo talvolta pensare di essere “a cena”, con il nemico.


Gesù incomincia subito a farci capire quale sia l’atteggiamento, la “postura” interiore che dobbiamo assumere. Ci ricordiamo ancora delle Letture di domenica scorsa?


(Guarda anche: http://www.vercellioggi.it/dett_news.asp?id=10014)


Dobbiamo ricordarci che quella “porta stretta” di cui parla sempre il Vangelo di San Luca al precedente Capitolo 13, può anche essere pensata come “porta bassa”, dalla quale si può transitare solo piegati, a capo chino, con gli occhi bassi. Non certo a petto in fuori, a testa alta, con sguardo fiero o, peggio, altero.


Domenica scorsa abbiamo (forse con qualche immotivato sollievo) imparato che gli “ultimi” saranno i “primi”.


Ma non per effetto di una sentenza assoluta e inappellabile.


Questo “ribaltone” escatologico riguarderebbe solo “alcuni” o “molti” dei primi e degli ultimi, ma non è un automatismo, del tipo: chiunque sia – quaggiù - primo diventerà – lassù - ultimo e viceversa.


No. “alcuni”, “molti”, ma non tutti. Insomma, il problema non è tanto quello di essere primi o ultimi, ma di “come si sta” e “perché” si è tali, come si è arrivati ad essere – eventualmente – primi. Se questo essere primi (avere tutto, contare, potere) ci piace di più della amicizia di Gesù, della prospettiva della vita eterna. Questo fa problema, non la condizione di primazia in se stessa.


San Luca, con la sua caratteristica precisione espositiva, forse derivantegli dai due lavori che faceva (medico e storico) ci aiuta molto da questo punto di vista. Ci aiuta a distinguere e nelle intercapedini poste tra queste grandi categorie troviamo un po’ di ossigeno che ci fa comodo per riprendere fiato nel nostro cammino di (tentato) perfezionamento.


Oggi queste “fughe” sono invece tutte chiuse e ci troviamo di fronte ad un avvertimento non di tipo – come direbbero i giuristi – ordinatorio (che lascia poi spazio ancora a deroghe e proroghe, necessità di ulteriori conferme e, insomma, a tutto ciò che piace tanto al sistema di regole in questo benedetto Paese), ma assolutamente perentorio:”Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.


Punto e basta. “Chiunque” egli sia, se si esalta saranno guai.


Per quanto tempo deve o può durare – tentiamo una scappatoia bizantina - questo atteggiamento di esaltazione, prima che sia classificato e quindi giudicato come tale?


Non c’è un limite. Quindi basta anche un minuto solo di ubriacatura di se stessi e si incappa subito nella sanzione.


Perché tanta severità per quello che, in fondo, potrebbe essere qualificato come un atteggiamento compatibile con le istanze “politicamente corrette” del mondo?


Ce lo spiega bene il passo del Libro del Siracide offerto alla nostra meditazione proprio in questa preghiera:” Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,
perché in lui è radicata la pianta del male”.
Ecco, su queste parole bisogna riflettere bene. La “misera condizione” di chi è superbo non trova purtroppo rimedi, perché “in lui è radicata la pianta del male
”.


Bisogna riconoscere che tendiamo a non accorgercene, a sottovalutare spesso la portata del fenomeno.


Qualche volta anche perché ci fa comodo fare orecchie da mercante. Ed ecco che, allora, arriva puntuale l’ammonimento che conclude il capitolo 14 del Vangelo di San Luca:”Chi ha orecchi per intendere, intenda”.


Bisogna allora che ci concentriamo di più su questo problema della superbia, perché è evidente che sia il più pericoloso per la salvezza della nostra anima. E che pensiamo bene a queste parole:”In lui è radicata la pianta del male”.


Addirittura. Non è solo una “adesione” ad una cattiva impostazione. Con il nostro atteggiamento superbo di autoesaltazione, diventiamo come una coltura idroponica capace di ospitare e alimentare “la pianta del male”.


Allora conviene che ci ricordiamo in cosa getti la radice quella pianta, da quale seme nasca e si sviluppi. E così ricorderemo che quel seme è il seme della ribellione a Dio, del cattivo uso che si fa di un dono grande, quello del libero arbitrio.


La ribellione degli angeli destinati ad essere “precipitati” (Apocalisse, 12, 9) su questo mondo nasce proprio da questo sentimento, di superbia. Una superbia sempre in agguato, che può assalirci per tanti motivi, sa soprattutto perché finiamo sempre per credere di avere acquisito per merito nostro ciò che abbiamo. Che siano beni materiali o immateriali. Soldi o intelligenza; posti di comando o cultura, saperi, tecniche, know how, progresso, scienze e tutto ciò che di grande l’uomo sa costruire.


Invece tutto ci è stato dato da Dio, nel quale tutto deve essere ricapitolato, per diventare davvero fecondo e vitale e non finire nella umiliazione riservata a chi si sia esaltato.


E’, del resto, il primissimo insegnamento che, all’inizio del Primo Capitolo, questo libro del Siracide ci propone. Un libro molto importante perché riflette uno sforzo pedagogico non improvvisato, né lieve, cui l’Autore sacro si è sottoposto:”dopo aver scoperto che lo scritto è di grande valore educativo, anch'io ritenni necessario adoperarmi con diligenza e fatica per tradurlo. Dopo avervi dedicato molte veglie e studi in tutto quel tempo, ho condotto a termine questo libro, che pubblico per coloro che all'estero intendano istruirsi conformando i propri costumi per vivere secondo la Legge(Siracide, 1).


E il suo primo insegnamento è proprio questo, che non deve mai essere dimenticato, neanche per un momento (Siracide, 1, 11):


Ogni sapienza viene dal Signore
ed è sempre con lui.
La sabbia del mare, le gocce della pioggia
e i giorni del mondo chi potrà contarli?
L'altezza del cielo, l'estensione della terra,
la profondità dell'abisso chi potrà esplorarle?
Prima di ogni cosa fu creata la sapienza
e la saggia prudenza è da sempre.
A chi fu rivelata la radice della sapienza?
Chi conosce i suoi disegni?
Uno solo è sapiente, molto terribile,
seduto sopra il trono.
Il Signore ha creato la sapienza;
l'ha vista e l'ha misurata,
l'ha diffusa su tutte le sue opere,
su ogni mortale, secondo la sua generosità,
la elargì a quanti lo amano.
Il timore del Signore è gloria e vanto,
gioia e corona di esultanza.
Il timore del Signore allieta il cuore
e dà contentezza, gioia e lunga vita.
Per chi teme il Signore andrà bene alla fine,
sarà benedetto nel giorno della sua morte
”.


 

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