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29/04/2010 - Cuneo Città - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO – Letture della Liturgia di domenica 2 maggio – "Le cose di prima sono passate"

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO – Letture della Liturgia di domenica 2 maggio – "Le cose di prima sono passate"
San Giovanni Evangelista

 



Dagli Atti degli Apostoli Cap 14,21-27


In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».


Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.


Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.  


Dal Salmo 144


Benedirò il tuo nome per sempre, Signore


Misericordioso e pietoso è il Signore,


lento all’ira e grande nell’amore.


Buono è il Signore verso tutti,


la sua tenerezza si espande su tutte le creature.


Ti lodino, Signore, tutte le tue opere


e ti benedicano i tuoi fedeli.


Dicano la gloria del tuo regno


e parlino della tua potenza.


Per far conoscere agli uomini le tue imprese


e la splendida gloria del tuo regno.


Il tuo regno è un regno eterno,


il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.


Dall'Apocalisse di san Giovanni apostolo Cap 21,1-5


Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più.


E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.


Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:


«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!


Egli abiterà con loro


ed essi saranno suoi popoli


ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.


E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi


e non vi sarà più la morte


né lutto né lamento né affanno,


perché le cose di prima sono passate».


E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».


Dal vangelo secondo Giovanni. Gv 13,31-35


Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.


Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.


Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».


UN PENSIERO SULLA PAROLA


Il messaggio delle letture di questa domenica non può non concentrarsi su ciò che, in fin dei conti, è l’essenziale dell’identità cristiana: l’amore.


Ora di amore parlano tutti; oggigiorno tutti sanno dire parole bellissime su ciò che sarebbe l’amore in sé, su come dovrebbe essere vissuto l’amore. Quasi tutti pretendono di essere maestri in questo campo. Sì, l’amore – la cosa più bella che la persona umana può vivere – è diventato “nome comune” sulle labbra di tutti. Ditemi se non avete a volte l’impressione che l’amore sia diventato qualcosa di molto banale, di molto “pubblicistico”, di molto esteriore e che poi lascia poco spazio alla profondità!
Poi, un’altra cosa che noto: nel linguaggio delle persone del nostro tempo ho l’impressione che l’amore è visto solo come sostantivo, e non anche come verbo. Mi spiego: si parla, si parla dell’amore (con anche tutte le altre formulazioni) e non anche di amare.
Eh sì, c’è una bella differenza in questo: il nome è la “passivizzazione” del verbo; o meglio, se il linguaggio presenta la forma “passivizzata”, già da questo livello si nota la direzione dell’azione suggerita dal verbo.
Diverse volte ho fatto questa domanda a dei gruppi di giovani ‘grandicelli’ (N.B.: non a bambini o adolescenti): “ma per voi, cosa è più importante, amare o essere amati?”.
Vi assicuro che (con pochissime eccezioni di solito per timore o per disattenzione) quasi tutti hanno espresso tranquillamente che la cosa più importante per loro è “essere amati”, ovverosia l’importante è l’amore, non l’amare.
Secondo me, queste tendenze espresse sopra sono molto indicative per la comprensione di tante cose “brutte” che capitano nel nostro tempo. Certamente quest’atteggiamento lo si può notare in tutti i tempi… anche nel periodo in cui è vissuto Gesù..
A me colpisce sempre l’atteggiamento di Gesù: “come/perché vi ho amati io, cosi amatevi gli uni gli altri”. Che strano! Ma la formulazione non doveva essere: “come vi ho amati io, cosi amate anche voi ME?”. Ebbene, no! Gesù ama e non pretende essere amato! Che abisso di differenza tra le proposte del mondo e le proposte di Dio!
D’altronde, credo sia da questa tendenza che risulta il fatto che il mondo creato da noi diventa sempre più vecchio, noioso, “datato”. Sì, quando si pretende solo e “si dimentica” che se non esiste circolarità nell’amare, tutto si rovina, perde freschezza, acquisisce monotonia. E quante facce con queste caratteristiche vediamo oggigiorno! Basta uscire per strada e non fai fatica a leggere certi volti e capire che cosa c’è dietro quegli occhi… cosa “bolle” nel loro cuore!
E allora più che mai c’è bisogno di lasciar risuonare con forza il messaggio di Dio: “ecco, faccio tutte le cose nuove”. Quando Dio è presente in una vita, non si dà più importanza anzitutto all’amore, ma all’amare. Non riesci più ad “accaparrare” nulla, perché Dio riempie tutto il cuore con ciò che egli è: l’amore.
A proposito della definizione “Dio è amore”. Qualcuno potrebbe obiettare che in questa definizione fondamentale della fede cristiana contraddirebbe ciò che ho affermato sopra, visto che nella definizione abbiamo il nome e non il verbo. Certo, in italiano (e non solo), risalta apparentemente la dimensione passiva; tuttavia, chi conosce un po’ il greco (la lingua nella quale sono stati scritti i vangeli e gli altri scritti del Nuovo Testamento), sa molto bene che ci sono tre termini per parlare di amore. Non mi soffermo qui su questi termini, ma dico semplicemente che nella definizione che l’autore della Prima Lettera di Giovanni dà di Dio usa il termine agàpe, che è l’amore di donazione, e non quindi l’amore di “ricevimento”. Dunque, Dio è amore perché dona l’amore. Per cui forse sarebbe meglio dire “Dio è amare” o “Essere Dio è amare”. O, per riprendere la domanda fatta a quei giovani, per Dio ciò che è più importante non è tanto essere amato, ma amare.
Allora, forse è il caso di rivedere il nostro modo di pensare la vita. Forse bisogna chiedersi se la nostra capacità di amare necessita di essere un po’ purificata e orientata. Perché l’importante nella vita, perché sia veramente piena e realizzata, non è tanto l’amore, quanto l’amare. C’è più gioia nel dare che nel ricevere! Che il Signore ci aiuti di entrare in quel flusso divino della generosità!


 Eduard Patrascu


www.omelie.org


 


 

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