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09/10/2010 - Vercelli Città - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 10 ottobre 2010 - "Egli si è ricordato del suo amore"

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 10 ottobre 2010 - "Egli si è ricordato del suo amore"
I dieci lebbrosi guariti

Dal Secondo Libro dei Re, Cap. 5, 14-17



In quei giorni, Naaman Siro scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito.


Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: "Ebbene, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Ora accetta un dono dal tuo servo". Quegli disse: "Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò". Naaman insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò.


Allora Naaman disse: "Se è no, almeno sia permesso al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore". - Parola di Dio.


Dal Salmo 97, 1; 2-3ab; 3cd-4


Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto prodigi.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.


Il Signore ha manifestato la sua salvezza,
agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa di Israele.


Tutti i confini della terra hanno veduto
la salvezza del nostro Dio.
Acclami al Signore tutta la terra,
gridate, esultate con canti di gioia.


Dalla Seconda Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo


Carissimo, ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo,  a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata!  Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.


Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.


Dal Vangelo secondo San Luca, Cap. 17,11-19


Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando  in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!".  Appena li vide, Gesù disse: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce;  e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano.  Ma Gesù osservò: "Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?  Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?". E gli disse: "Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!".


UN PENSIERO SULLA PAROLA


La consonanza tra l’ Antico ed il Nuovo Testamento non è certamente cosa che scopriamo oggi. Il Vecchio Testamento si compie nel Nuovo, che lo illustra in modo definitivo.


Non di rado ci si imbatte in citazioni – come suol dirsi – prese di peso, parola per parola, tradotte dalla pagina vetero a quella neotestamentaria.


Nel caso delle Letture di oggi, invece, ci troviamo in presenza di un richiamo esplicito, quanto però breve, che Gesù fa a proposito di un passo del Secondo Libro dei Re.


Per la verità, non troviamo questo riferimento esattamente nel testo che è offerto alla nostra meditazione ed alla nostra preghiera nella Liturgia di questa settimana, ma dobbiamo risalire al quarto capitolo di questo stesso Vangelo di San Luca per meglio comprendere la allusività delle parole del Redentore e, alla luce di queste, leggere anche l’episodio dei dieci lebbrosi guariti.


Ecco, allora, come – nel corso di una perorazione alla folla che lo seguiva – il Figlio di Dio richiama l’episodio di Naaman il Siro:”C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman il Siro” (Luca, 4,27).


Tra le tante suggestioni ed emozioni che suscita la lettura, soprattutto se accostata ed in qualche modo integrata, di questo capitolo del Secondo Libro dei Re, con quelli 4 e 17 del Vangelo Secondo San Luca, conviene metterne a fuoco solo tre, per non rischiare di disperdere le nostre poche energie e concentrazione.


Ci permettiamo, peraltro, di consigliare la lettura integrale di questo Capitolo del Secondo Libro dei Re, che è davvero spettacolare per come mette bene in luce la severa figura del Profeta Eliseo. Il capitolo è integralmente riportato al termine di questa pagina.


Innanzi tutto, c’è il denominatore comune di quel terribile morbo che è la lebbra.


Sappiamo che la malattia imprime un marchio crudele sulla carne di chi ne è colpito. Un marchio che nei tempi passati “corrompeva” anche la dignità sociale del malcapitato. Considerata pericolosa perché contagiosa, portava inoltre con sé il segno di una corruzione carnale che diventava simbolo di maledizione, a sua volta foriera di emarginazione sociale. Insomma, come spesso accadeva nell’antichità, una norma igienica – la necessità di preservare dal contagio chi non  fosse colpito dalla malattia – si articolava e giustificava anche mediante ed in una serie di sovrastrutture simboliche, di grande peso e capaci di esercitare un intransigente potere condizionatorio sulle dinamiche, equilibri  e regole sociali.


Il lebbroso, quindi, non solo è un uomo malato e sfortunato. E’ anche un reietto. Uno che vive e deve vivere ai margini della società perche indegno di appartenerne ai segmenti, ceti e gruppi integrati. Addirittura, deve segnalare, sulla pubblica via – quando vi può transitare – e nelle periferie degli abitati, la propria presenza con una sorta di “segnalatore acustico”: bastoni o pietre battuti tra loro, campanelli tintinnanti. E ciò perché nessun “puro”,  rischiasse la contaminazione e, con essa, la privazione non solo della salute, ma anche del proprio “status”. Insomma – se è lecito tentare un paragone, invero assai arduo  – sarebbe come se oggi imponessimo ai malati di Aids di segnalarsi suonando un campanello, o ponendo un lampeggiante sulla capote dell’automobile.


I “bei tempi antichi” davvero ben di rado sono belli quanto quelli di oggi, quando i problemi non mancano di sicuro, ma almeno certe aberrazioni non sono più immaginabili, almeno in gran parte del mondo.


Ma il Lettore che accogliesse il nostro invito a leggere completamente questo capitolo del Secondo Libro dei Re potrebbe a buon diritto domandarsi: allora perché Naaman il Siro – che pure era lebbroso - era tra i potenti di quel Regno, di quella corte, di quella società?


Perché quelli “più uguali” degli altri ci sono sempre stati. Lui era lebbroso, “ma”. Invero, il letterale tenore del testo biblico sulla stessa congiunzione “ma” inverte l’ordine dei fattori anche se – come di regola – il risultato non cambia:”era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei.” E qui arriva l’inversione:”Ma questo uomo prode era lebbroso”.


Era, dunque, comunque troppo potente e “prode” perché si potesse metterlo ai margini della società. Con tutti i meriti di guerra che aveva, figuriamoci.


Restava comunque il problema e lui doveva in qualche modo risolverlo.


Ed abbiamo visto che il suo caso è così significativo che Gesù vuole ricordarlo dapprima ai suoi discepoli, ma soprattutto a noi che leggiamo la Sua Parola, all’uomo di ogni tempo.


Il secondo tema che entrambi gli episodi ci propongono è quello della fede. Naaman si affida al Profeta, così come il decimo lebbroso del diciassettesimo Capitolo del Vangelo di San Luca “torna indietro”, si ricorda, del Salvatore anche quando le cose gli vanno bene e non solo quando è nella prova.


Così come il Padre “si è ricordato “ del suo popolo, secondo la lezione del Salmo che oggi leggiamo.


Anzi, decide di fare quella “inversione”, di intraprendere la strada della “conversione”, proprio come una “inversione a U” nel proprio cammino, “vedendosi guarito”.


La sua fede si alimenta con – ed “in” - una ragione limpida e libera da condizionamenti, responsabile, che lo aiuta a conquistare una consapevolezza matura, appunto:”Vedendosi guarito”.  “Ritorna” quindi a Lui, a Gesù,  perché già intuisce ciò che possiamo sapere con certezza noi: che Egli è il centro dell’Universo, è l’alfa e l’omega della Creazione ed in Lui tutta la storia si ricapitola.


Poco importa a Gesù, se non per aiutare quel poveretto a capire meglio, dove siano e cosa facciano gli altri nove. Nove spensierati ed immemori che hanno ricevuto il dono di una salvezza - “salus” - così simile anche nelle parole che usiamo a quella “salute”, a quella “guarigione”,  cui tendiamo per sanare le ferite della nostra anima, della nostra vita, la nostra coscienza talvolta deturpata dalla lebbra di una vita alla quale Gesù il Salvatore è sconosciuto, rispetto alla quale è lontano, dalla quale l’abbiamo estirpato.


E, infine, il terzo importante filo conduttore che unisce questi due così appassionanti capitoli della Scrittura, è quello della gratuità del dono che di viene dispensato. Una gratuità che Gesù illustra sottolineando come il dono della salvezza sia stato dispensato a tutti i dieci lebbrosi, senza badare al fatto che tra essi vi fosse un samaritano, cioè  uno che, oltre ai gravami fisici, si doveva pure portare l’handicap della “etnia” d’origine. Anzi, ci ribadisce, proprio colui che - secondo la logica umana -  è quello con meno speranze di tutti, si rivela il più degno dei doni di Dio.


Una gratuità che non ammette deroghe – è il richiamo del Secondo Libro dei Re - e che suona come un preciso precetto attuale e pratico, anche se non sempre praticato con coerenza da tutti noi che siamo Chiesa.


Sappiamo come vanno le cose: Naaman vuole sdebitarsi con il Profeta Eliseo per la grazia, la guarigione ricevuta. Ma l’uomo di Dio rifiuta ogni ricompensa che abbia qualche valore venale. Non così forte è il suo servo Ghecazi, che non si rassegna all’idea di rinunciare a tutto quel ben – per così dire – di Dio. Ebbene, la simbologia della pena che tocca al servo avido è assolutamente eloquente in tutto il suo tremendo e pesante, bagaglio di significati: a lui che fa mercato dei doni di Dio tocca l’ignominia – fisica e morale – della lebbra da cui Naaman è stato invece mondato.


IL TESTO INTEGRALE


DEL CAPITOLO QUINTO DEL SECONDO LIBRO DEI RE


1 Nàaman, capo dell'esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei. Ma questo uomo prode era lebbroso. 2 Ora bande aramee in una razzia avevano rapito dal paese di Israele una giovinetta, che era finita al servizio della moglie di Nàaman. 3 Essa disse alla padrona: «Se il mio signore si rivolgesse al profeta che è in Samaria, certo lo libererebbe dalla lebbra». 4 Nàaman andò a riferire al suo signore: «La giovane che proviene dal paese di Israele ha detto così e così». 5 Il re di Aram gli disse: «Vacci! Io invierò una lettera al re di Israele». Quegli partì, prendendo con sé dieci talenti d'argento, seimila sicli d'oro e dieci vestiti. 6 Portò la lettera al re di Israele, nella quale si diceva: «Ebbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Nàaman, mio ministro, perché tu lo curi dalla lebbra». 7 Letta la lettera, il re di Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi mandi un lebbroso da guarire? Sì, ora potete constatare chiaramente che egli cerca pretesti contro di me».
8 Quando Eliseo, uomo di Dio, seppe che il re si era stracciate le vesti, mandò a dire al re: «Perché ti sei stracciate le vesti? Quell'uomo venga da me e saprà che c'è un profeta in Israele». 9 Nàaman arrivò con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della casa di Eliseo. 10 Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: «Va', bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito». 11 Nàaman si sdegnò e se ne andò protestando: «Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. 12 Forse l'Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?». Si voltò e se ne partì adirato. 13 Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: «Se il profeta ti avesse ingiunto una cosa gravosa, non l'avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: bagnati e sarai guarito». 14 Egli, allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell'uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito.
15 Tornò con tutto il seguito dall'uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: «Ebbene, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele. Ora accetta un dono dal tuo servo». 16 Quegli disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». Nàaman insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. 17 Allora Nàaman disse: «Se è no, almeno sia permesso al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore. 18 Tuttavia il Signore perdoni il tuo servo se, quando il mio signore entra nel tempio di Rimmòn per prostrarsi, si appoggia al mio braccio e se anche io mi prostro nel tempio di Rimmòn, durante la sua adorazione nel tempio di Rimmòn; il Signore perdoni il tuo servo per questa azione». 19 Quegli disse: «Va' in pace». Partì da lui e fece un bel tratto di strada.
20 Ghecazi, servo dell'uomo di Dio Eliseo, disse fra sé: «Ecco, il mio signore è stato tanto generoso con questo Nàaman arameo da non prendere quanto egli aveva portato; per la vita del Signore, gli correrò dietro e prenderò qualche cosa da lui». 21 Ghecazi inseguì Nàaman. Questi, vedendolo correre verso di sé, scese dal carro per andargli incontro e gli domandò: «Tutto bene?». 22 Quegli rispose: «Tutto bene. Il mio signore mi ha mandato a dirti: Ecco, proprio ora, sono giunti da me due giovani dalle montagne di Efraim, da parte dei figli dei profeti. Dammi per essi un talento d'argento e due vestiti». 23 Nàaman disse: «È meglio che tu prenda due talenti» e insistette con lui. Legò due talenti d'argento in due sacchi insieme con due vestiti e li diede a due dei suoi giovani, che li portarono davanti a Ghecazi. 24 Giunto all'Ofel, questi prese dalle loro mani il tutto e lo depose in casa, quindi rimandò gli uomini, che se ne andarono. 25 Poi egli andò a presentarsi al suo padrone. Eliseo gli domandò: «Ghecazi, da dove vieni?». Rispose: «Il tuo servo non è andato in nessun luogo». 26 Quegli disse: «Non era forse presente il mio spirito quando quell'uomo si voltò dal suo carro per venirti incontro? Era forse il tempo di accettare denaro e di accettare abiti, oliveti, vigne, bestiame minuto e grosso, schiavi e schiave? 27 Ma la lebbra di Nàaman si attaccherà a te e alla tua discendenza per sempre». Egli si allontanò da Eliseo, bianco come la neve per la lebbra.


 


 


 


 

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