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11/09/2010 - Saluzzese - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 12 settembre 2010 - "Mi alzerò, andrò da mio Padre e gli dirò..."

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 12 settembre 2010 - "Mi alzerò, andrò da mio Padre e gli dirò..."
Il figlio prodigo ed il Padre misericordioso

IL SIGNORE PARLÒ A MOSE’ - Dal libro dell'Esodo



In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”». Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.


AL RE DEI SECOLI - Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo


Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.


“COSTUI ACCOGLIE I PECCATORI E MANGIA CON LORO” - Dal vangelo secondo Luca


In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


UN PENSIERO SULLA PAROLA


Sappiamo bene quanto sia importante, nella spiritualità ed anche nella “pedagogia” lourdiana, il tema della “guarigione”.


Un tema che decliniamo spesso in senso medico,  fisico, come remissione di una patologia, liberazione da un dolore della carne. Non è certamente improprio. La storia di Bernadette ed i miracoli con cui la Provvidenza ha scelto di manifestarsi a Lourdes stanno lì a dire proprio che non è fuori luogo parlare ed impetrare la guarigione anche in questo senso, come grazia, come sollievo da una delle condizioni in cui più severamente si manifesta la nostra natura di creature “finite”. Ma certamente la guarigione più importante nella quale possiamo sperare è quella dalle conseguenze di una “ferita” che ancora e sempre sanguina non tanto nella nostra carne, quanto nella nostra anima, nel nostro spirito.


E’ la ferita del peccato.  E le Letture proposte dalla Liturgia alla nostra riflessione ed alla nostra preghiera in questa domenica sono un vero e proprio monumento a questa idea, a questa speranza, a questa condizione di attesa per una grazia che ci viene gratuitamente dispensata, se lo vogliamo. L’Antico Testamento ci propone, nel brano tratto dal Libro dell’Esodo, due frasi quasi scioccanti. Il Signore parla a Mosè e gli rivolge un commento amaro:”Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice”.


Come è vero. Come è sempre stato vero. Come si dimostra, talvolta, dura la nostra testa. Persino il Signore, in questo struggente brano veterotestamentario, più che irato pare deluso e sconsolato. Un’ira che è però pronto a mettere da parte, se qualcuno – Mosè – gli parla per ricordare quanto grande sia sempre stato il suo amore per la creatura cui ha affidato il mondo.


E così ci viene incontro questa espressione di incomparabile forza emotiva:”Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo”.


Un Dio che si pente per amore è qualcosa di troppo grande per essere compreso dalla piccola mente umana. E’ qualcosa che possiamo – e non è un paradosso – comprendere solo se accettiamo la nostra minorità di fronte al Mistero.


Ognuno di noi può parlare al Signore nella preghiera ed è sempre stato vero che la preghiera può cambiare i destini del mondo.


Solo l’uomo, tra tutte le creature, è capace di pregare e questo privilegio non deve essere dissipato, non deve essere messo da parte, non deve trascurato.


Il Signore nostro Dio, onnipotente e onnisciente, è un Dio misericordioso.  Come ci illustra in modo ineguagliabile la parabola molto conosciuta – di solito – come “del figliol prodigo”, ma che è meglio abituarsi a chiamare “del Padre misericordioso”. La figura centrale del racconto è, infatti, quel padre addolorato eppure incapace di fare a meno di aspettare il ritorno, la “conversione” del figlio che pure l’ha abbandonato per dedicarsi al mondo, conquistato dal mondo, dalle sue lusinghe e illusioni menzognere. Per amarlo e “ri” conoscere quel figlio il Padre non ha bisogno di chissà quali prove e dimostrazioni e fatti e gesti concreti. Lo vede e riconosce “quando era ancora lontano”.


Perchè è proprio nel momento in cui siamo apparentemente – e talvolta realmente – immersi nell’errore e nelle sue conseguenze sempre dannose, sempre insane, sempre foriere di infelicità e disperazione, che si insinua in noi l’idea di un Padre misericordioso che ci attende. Che attende – anche quando siamo ancora “lontani” - il nostro cambiamento di strada e rotta, quella “conversione” che è proprio una “inversione a U” del nostro cammino, una “rigenerazione” del nostro cuore.


Tutte le illusioni di quel giovane gli si sono sgretolate in mano e così ora lo troviamo “a terra”, anche in senso plastico.


E’ lì che, per sopravvivere, deve contendere qualche carruba ai porci. Che però sono più bravi in quel mestiere, che appartiene alla loro natura, non alla sua di “figlio”, fatto ad immagine e somiglianza del Padre.


Nel suo orizzonte vi sono musi grufolanti nel brago, zampe che picchiettano il terreno alla ricerca – che ha successo - di un cibo che non è per lui, non è quel “pane” di vita offerto alla mensa del Padre.


Il peccato ci snatura e ci porta a vivere in una condizione incompatibile con la nostra natura umana, anche quando è presentato – al contrario – come qualcosa di conseguente ai nostri “bisogni”, magari qualificati come vitali, istintivi o, peggio, insopprimibili in funzione di una malintesa “qualità della vita”.


Ebbene, quel giovane ritrova la propria strada, si riappropria della dignità di persona e di “figlio” e della propria natura di persona a partire da una decisione che prende in autonomia:”Mi alzerò, andrò da mio Padre”.


L’atto di riprendere, nella stazione eretta, il tratto distintivo di persona, di guadagnare di nuovo allo sguardo un orizzonte lontano e luminoso, non è un atto finito in se stesso. Appartiene ad un dinamismo che si completa e compie ed ha senso nella decisione di unire ad esso la tensione verso il Padre.


Mi leverò. Decide il ragazzo.


E speriamo che questa decisione possa persuadere tanti ragazzi che si trovano “atterriti” ed “atterrati” dalle delusioni del mondo.


Andrò da mio Padre”. Non potremmo alzarci e illuderci di stare in piedi da soli, se non tornassimo a tendere la mano verso il Padre, a mettere la nostra mano, la nostra vita, in quella di un Padre che non sa resistere all’amore per noi.


 


 


 


 


 

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