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23/10/2010 - Torino - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 24 ottobre 2010 - "Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone"

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 24 ottobre 2010 - "Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone"
Il fariseo e il pubblicano

Dal Libro del Siracide, Cap. 35,15-17.20-22



Il Signore è giudice
e per lui non c’è preferenza di persone.
Non è parziale a danno del povero
e ascolta la preghiera dell’oppresso.
Non trascura la supplica dell’orfano,
né la vedova, quando si sfoga nel lamento.
Chi la soccorre è accolto con benevolenza,
la sua preghiera arriva fino alle nubi.
La preghiera del povero attraversa le nubi
né si quieta finché non sia arrivata;
non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto
e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.


 Dal Salmo 33


Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.
Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce.
Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.


Dalla Seconda Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo, Cap. 4,6-8.6-18


Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci


questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci con amore la sua manifestazione.
Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.


Dal Vangelo secondo San Luca, Cap. 18,9-14


In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».


UN PENSIERO SULLA PAROLA


Davvero questo passo del Libro del Siracide, offerto dalla Liturgia di questa domenica alla nostra preghiera ed alla nostra meditazione, è capace di conquistare la nostra attenzione e con difficoltà riusciamo a staccarcene:


La preghiera del povero attraversa le nubi
né si quieta finché non sia arrivata;
non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto
e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità
”.


Il soggetto non è una persona, ma una “cosa”, per quanto importante, che acquista una insospettata propria autonomia, dinamismo; persino una propria volontà ed una personalità decisa. Diventa, come abbiamo sempre visto sin da bambini nei cartoni animati, una cosa animata. Questa “cosa” è la preghiera.


“Attraversa”, non “si quieta”, non “desiste”. Protagonista di questa pertinacia non è “il povero”.


Il povero, come tutti noi, prega fin che può. Fino a che non si stanca. Magari poi riprende, ma dopo un po’ smette. Deve smettere. Lo assillano tante cose, tante preoccupazioni, dolori. Come si fa a pregare tutto il tempo necessario quando perdi il lavoro e non sai come dirlo a casa, alla tua famiglia? Quando ti dicono che hai un cancro? Quando tuo figlio si fa di droga e poi magari va a schiantarsi in moto?


“I poveri ascoltino e si rallegrino” dice il Salmo.


E’ una parola! Come se fosse facile.


E’ già tanto che il “povero”, afflitto da una delle tante forme di povertà – che spezzano il cuore, portano angoscia, rendono affranto uno spirito - si ricordi che l’unica cosa ragionevole da fare è pregare. Come facciamo a pensare che riesca anche a pregare per molto tempo!? Ci riesce solo chi ha il privilegio – la “ricchezza” - di avere già raggiunto una stabile pace del cuore.


La sua preghiera – la preghiera del povero - continua, però, il lavoro.


Attraversa le nubi”, non si cheta, non desiste “finchè l’Altissimo non sia intervenuto”, mettendo le cose a posto. Il Salmo viene in aiuto anche per illustrare le modalità ulteriori nelle quali il Padre agisce:”Li libera da tutte le loro angosce”, e poi:”E’ vicino a chi ha il cuore spezzato”. Non è finita:”Salva gli spiriti affranti”.


Tutti siamo poveri, anche da questo punto di vista. Proprio perché non abbiamo la pace del cuore. Quante volte, pregando, ci siamo accorti che tanti pensieri prendono il sopravvento nel nostro cuore, nella nostra mente. Magari succede anche nel momento culminante della S.Messa, quando il Sacerdote rende il pane ed il vino Corpo e Sangue di Cristo.


C’è la Consacrazione e perdiamo la concentrazione perché ci ritorna il pensiero di un affare, o di una lite, di un amore.


Gesù viene e ci sorprende mentre siamo lì in ginocchio, le mani giunte, gli occhi bassi, forse anche chiusi, che… odiamo qualcuno.


Siamo poveri anche così, anche per questo.


Gesù è lì e noi ripassiamo un contratto, meglio se con qualche clausola “giusta” per consentirci un’operazione “border line”.


Si rinnova il sacrificio dell’Amore e la nostra mente se ne va a spasso, a tu per tu con qualche fantasma di amori sbagliati, eppure così seducenti, sempre padroni del nostro cuore.


C’è un rimedio contro queste “incursioni” del mondo nella nostra preghiera?


Anzitutto quello di dire, come il pubblicano di questa parabola raccontata da San Luca:”Dio, abbi pietà di me peccatore”. Abbi pietà di questa tua creatura povera e debole. Esposta al mondo. Ti offro anche questo, o Signore, la mia debolezza, i miei pensieri. Le mie preoccupazioni. I miei limiti. Manda il Tuo Spirito. Lava ciò che è sordido, “Da noi respingi l'antico nemico e senza indugio concedi la pace”.


Come siamo poveri e deboli. E come ci consola ed in qualche modo tranquillizza pensare che la nostra preghiera, per quanto distillata in dosi farmaceutiche, lavori per noi.


Così, come ci fa pena e ridere, anche per questo, quel povero fariseo che – racconta il passo del Vangelo di San Luca – arriva al tempio in compagnia del pubblicano.


Il fariseo è un esempio di perfezione formale.


Condizione nella quale piace un po' a tutti cercare di riconoscersi. Ma San Luca ci avverte. Gesù ha illustrato questa parabola:"per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri". Non è - per caso - che ce l'avesse anche con noi?! 
Nel flautato linguaggio politicamente corretto, nella diffusa ed ingenua contemporanea visione edonistica della realtà, potremmo dire che avverta una marcata “autostima”.


Autostima che, spesso, è uno dei nemici più pericolosi contro i quali ci troviamo a combattere.


Intendiamoci: non che giovino l’autolesionismo, il nichilismo, l’accidia. Tutt’altro. Però la stima che dobbiamo riconoscerci è quella di creature volute ed amate dal Padre. Fatte a sua immagine e somiglianza. Uniche in questa prodigiosa e misteriosa dimensione di amicizia tra il Creatore e la propria creatura.


Ma – per così dire – la festa finisce qui. Altri meriti non ne abbiamo. Anzi.


Possiamo possedere qualsiasi dote o talento: intelligenza, bellezza, forza, capacità di apprendere. Dobbiamo riconoscere che tutto ci è dato dal Padre.


Anche chi non crede, deve tuttavia ammettere che queste “ricchezze” pervengono – se non altro – dalla natura, da un patrimonio genetico il cui merito è da ascriversi ai genitori, ascendenti, avi. Chi ne beneficia non ne è la fonte.


Al contrario, l’umiltà è la sola cosa che dipenda da noi. Possiamo essere umili o non esserlo: dipende solo da noi. Così ci insegna quel pubblicano, che prega nell’unico modo ragionevole, al quale possiamo consegnare il senso del nostro limite, le angosce, i cuori spezzati, gli spiriti infranti, la nostra condizione di peccatori:”O Dio, abbi pietà di me peccatore”.


Questa preghiera, anche se breve nella sua fulminea sintesi tra diagnosi e terapia, attraverserà le nubi, non si quieterà finchè non sarà arrivata, non desisterà.


 


La versione integrale


del XVIII Capitolo del Vangelo secondo San Luca.


1 Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2 «C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5 poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». 6 E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
9 Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. 14 Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».
15 Gli presentavano anche i bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli, vedendo ciò, li rimproveravano. 16 Allora Gesù li fece venire avanti e disse: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. 17 In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà».
18 Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna?». 19 Gesù gli rispose: «Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio. 20 Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». 21 Costui disse: «Tutto questo l'ho osservato fin dalla mia giovinezza». 22 Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi». 23 Ma quegli, udite queste parole, divenne assai triste, perché era molto ricco.
24 Quando Gesù lo vide, disse: «Quant'è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio. 25 È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!». 26 Quelli che ascoltavano dissero: «Allora chi potrà essere salvato?». 27 Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».
28 Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato tutte le nostre cose e ti abbiamo seguito». 29 Ed egli rispose: «In verità vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30 che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà».
31 Poi prese con sé i Dodici e disse loro: «Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell'uomo si compirà. 32 Sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi 33 e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà». 34 Ma non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto.
35 Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. 36 Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. 37 Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!». 38 Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». 39 Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 40 Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: 41
 «Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista».
42
 E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 43 Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.






 


 

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