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25/06/2011 - Valle D'Aosta - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 26 giugno 2011 - Solennità del Corpus Domini - "Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo"

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 26 giugno 2011 - Solennità del Corpus Domini - "Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo"
Il Corpo di Cristo

Dal Libro del Deuteronomio, Cap.  8,2-3.14-16



Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».


Dal Salmo 147


Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.


Dalla Prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinti, Cap. 10,16-17


Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.


Lauda Sion (forma breve)


Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.
Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell’agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.
Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.


Dal Vangelo secondo San Giovanni, Cap. 6,51-58


In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». 


Un pensiero sulla Parola


C’è qualcosa che accomuna le Letture della scorsa domenica con quelle offerte alla nostra meditazione ed alla nostra preghiera dalla Liturgia di oggi.


E’ qualcosa che ha a che fare con la nostra intelligenza. La nostra intelligenza è una personcina che ci torna utile, certamente, ma che spesso è un po’ – per dir così – ingombrante. Mostra un caratterino da prendere con le molle.


Vuole tutto “capire”, non si rassegna all’esistenza di qualcosa che non si possa “comprendere”. Capire e comprendere sono due parole a tal punto rivelatrici, che persino fanno tenerezza per come tradiscono le loro vere intenzioni. Se giocassero a poker sarebbero rovinate in una sera.


Vogliono tutto “contenere”, rinchiudere in sé. Ricondurre alla dimensione umana. Ma come si fa a “rinchiudere “ Dio da qualche parte? E, soprattutto, come si fa a “contenere” nella creatura il Creatore?


Non si può, appunto. Quindi è meglio, se si vuole essere davvero intelligenti, cioè capaci di “leggere dentro” la verità e la realtà delle cose, accettare che c’è qualcosa che non possiamo ridurre nella nostra piccola natura: il Mistero. Accettare il mistero è quindi, paradossalmente, un segno di “intelligenza”.


Se ne rese conto in modo divenuto celebre e celebrato anche nelle arti figurative, uno dei personaggi più intelligenti di ogni tempo, S.Agostino, che si lambiccava il cervello, meditando proprio su come ricondurre ad una spiegazione “razionale” la realtà della Santissima Trinità. Che è, appunto, un bel mistero.


E sappiamo che la provvidente Misericordia del Padre gli venne in aiuto, mandandogli un piccolo Angelo a fargli “comprendere”, quasi a “mettergli in testa”, che stava esercitandosi in qualcosa che non sarebbe mai riuscito a padroneggiare.


Si racconta, infatti, che il vescovo di Ippona mentre un giorno passeggiava lungo la spiaggia del mare che bagna Anzio, fosse  immerso nelle sue profonde meditazioni ed incontrasse un bambino tutto intento a versare con una conchiglia l'acqua del mare in una piccola buca scavata nella sabbia. Sant'Agostino lo guardò a lungo con tenerezza, poi gli domandò: "Bambino, cosa fai?".


Il piccolo senza interrompere il gioco, gli rispose: "Voglio chiudere il mare in questa piccola buca!". E Sant'Agostino: "Ma come puoi pensare di racchiudere il mare, che è così grande, in una buca così piccola?".


Il bambino alzò gli occhi, lo guardò fisso in volto e rispose: "E tu come puoi pensare di comprendere Dio, che è infinito, con la tua mente, che è così limitata?!"


Detto questo sorrise e scomparve.


L'episodio non compare direttamente nell’Opera agostiniana, ma riprende un testo della Lettera apocrifa a Cirillo che avrebbe scritto lo stesso Agostino


Intendiamoci, non è, con ciò, che i teologi possano cambiare mestiere, perché non c’è più niente da studiare; anzi. Ce lo ha insegnato anche Giovanni Paolo II, specialmente nell’Enciclica “Fides et ratio”. L’Enciclica fu pubblicata nel settembre 1998 ed è rimasta una pietra miliare non solo nell’ambito dei testi magisteriali, ma resta un termine di paragone per tutto lo scibile filosofico. Ecco come esordisce Giovanni Paolo II:”La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad aver posto nel cuore dell'uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso


Il fatto è, dunque,  che non vi è nulla di umiliante, semmai di esaltante, proprio per la nostra così amata “intelligenza”, nella accettazione, nella contemplazione del Mistero.


Dio l’ha voluta per noi proprio perché noi ce ne servissimo, non certo perché la idolatrassimo.


Non c’è un racconto analogo che ci parli di come S.Agostino giunse a “rassegnarsi” anche al Mistero della presenza reale di Gesù nell’Eucarestia, ma possiamo forse – nel nostro piccolo – pensare a ciascuno di noi alle prese con questi pensieri.


Con un aiuto in più, quasi un volerci mettere subito sulla strada giusta. Qui è Gesù stesso, che in questo Vangelo di San Giovanni, ci rivela direttamente come stanno le cose: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Però è una di quelle verità che oggi fanno una fatica tremenda ad essere accettate, talvolta proprio dai cattolici e persino dai preti.


Non facciamo questa prova, è meglio, ma se la facessimo chiedendo, anche a qualche sacerdote: ma tu, sei proprio convinto che nell’ostia consacrata ci sia il corpo di Gesù? Rischieremmo di rimanere delusi. Abbiamo persino udito in un’omelia dire che in fondo si tratta di simboli. Diavolerie dal pulpito. Auguriamoci di avere frainteso. E’ chiaro che, altrimenti, con certi preti, non ci sarebbe più bisogno dei protestanti. Pur con tutto il  rispetto – che in noi è sincero e non certo recente – per i tanti amici e fratelli in Cristo, anche se separati.


Il problema non sono i protestanti che fanno, come suol dirsi, il loro mestiere. Il problema siamo noi. Se noi cattolici non siamo davvero convinti che nel pane e nel vino consacrati ci siano il corpo e il sangue di Gesù, allora non parliamo più di fede. Lasciamo pure perdere. La forza della nostra fede è tutta lì, nella compagnia reale di Gesù:”Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” dice San Paolo proprio nel brano proposto oggi della Prima Lettera ai Corinti.


Un Maestro della Fede di cui ora ci sfugge purtroppo il nome, ha trovato una bella sintesi per dire proprio questa verità: ogni cibo si trasforma in colui che ne mangia. L’ostia consacrata, invece,  è l’unico cibo che trasforma colui che ne mangia, assimilandolo alla propria natura.


E se non avessimo la certezza che Gesù è qui a camminare con noi, verrebbe da chiedersi perché mai dovremmo stare qui a consumare un’esistenza lontana dalla “piena verità”, un’esistenza che sarebbe senza senso e senza futuro. Nulla giustificherebbe la fatica, il sacrificio, il dolore e  la morte si offrirebbe a noi come persuasivo esito foriero di sollievo e riposo.


 


 

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