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02/10/2010 - Vercelli Città - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 3 ottobre 2010 - "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 3 ottobre 2010 - "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"
La Scrittura si comprende solo se si prega

Dal Libro del Profeta Abacuc, Capp. 1,2-3;2,2-4



Fino a quando, Signore, implorerò aiuto
e non ascolti,
a te alzerò il grido: «Violenza!»
e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.
Il Signore rispose e mi disse:
«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà.
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede».


Dal Salmo 94


Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».


Dalla Seconda Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo, Cap.1,6-8.13-14


Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.
 


Dal Vangelo secondo San Luca, Cap. 17,5-10


In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».


UN PENSIERO SULLA PAROLA


Una pagina di Vangelo che non fa sconti, quella che la Liturgia di questa settimana ci propone. E’ un Vangelo “difficile”.


Non fa sconti e ci attira in una dimensione austera, essenziale, escatologica del pensiero. Abbiamo l’impressione di essere al cospetto della verità ultima. Una condizione che forse comprendiamo meglio se guardiamo a tutto il diciassettesimo capitolo del Vangelo di San Luca. Si entra subito a contatto con una Parola che “piove” nella nostra quotidianità. Gli scandali e “lo” scandalo. C’è una gerarchia di valori che viene proposta e deve essere rispettata (Luca, 17, 2): Piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli è “meglio” la morte.


I  “piccoli” di cui si parla sono dei bambini, che stavano con la moltitudine desiderosa di seguire Gesù e di cui abbiamo già letto al precedente capitolo 14, 25:”Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse (…)”.


Tra quella moltitudine vi erano certamente anche i più piccoli, insieme ai genitori, alle loro famiglie. Sappiamo, peraltro, che qualche diversa interpretazione attribuisce, invece, all’uso della locuzione “piccoli” l’intenzione di alludere a tutti coloro che sono “semplici”, miti di cuore, a prescindere dall’età, anche se adulti. Insomma, “piccoli” non perché fanciulli o bambini, ma perché inermi ed umili.


Ma forse conviene in questo caso guardare di più alla essenzialità del messaggio e pensare che Gesù abbia proprio voluto indicare i bambini, che così spesso, d’altra parte, volevano stargli vicino, come vedremo, in particolare, nel successivo capitolo (Luca 18,16):”Lasciate che i bambini vengano a me”.


Leggendo in questo modo le parole di San Luca, si è a contatto con una Parola che non fa sconti: piuttosto che violare l’innocenza dei bambini, è meglio - “per lui”, cioè per il responsabile di tanto crimine -  la morte.


Hanno sempre cercato di attingere a questa pagina di Vangelo le tesi in qualche modo “giustificazioniste” della pena capitale, vista non già quale esito punitivo e retributivo del crimine, quanto piuttosto come soluzione estrema di difesa sociale. E’ infatti l’unico brano del Nuovo Testamento in cui Gesù parli di una morte inflitta a qualcuno, al di fuori di quella riservata a sé, che in diverse occasioni preconizza. Certamente, però, nessuno può far dire a Gesù ciò che non ha in realtà detto.


Ed è proprio quando siamo al cospetto di pagine come questa che comprendiamo meglio come sia vano sperare di penetrare il significato della Scrittura senza pregare molto, senza “rifugiarci” nella preghiera che è la dimensione, il “luogo teologico” più appropriato per rimetterci alla misericordia di Dio, affinchè ci aiuti a comprendere la sua stessa Parola.


Non si può sperare di capire la Scrittura se non si prega molto. E, a maggior ragione, non si può ardire a parlare della Scrittura che si crede di avere compreso se prima non si è pregato. Prima di tutto per esporre al Signore la nostra indegnità di fronte a questo compito.


Così questa espressione resta lì ad interpellarci ed attirarci in tutta la sua misteriosa potenza evocativa, in tutta la sua terribile perentorietà. Una perentorietà attorno alla difesa della vita, quale rinveniamo sin dall’alba della creazione (Genesi, 3,24):”Scacciò l'uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all'albero della vita”.  


E nel Vangelo di questa domenica, così assonante con le parole del Profeta Abacuc:”Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” e quasi a dare una risposta a questa domanda, Gesù ci sollecita a non perdere di vista ciò che conta: il primato di Dio. E di fronte a questo primato tutto il resto passa in secondo piano. Perché Dio non tradisce.


Così il Padre dirà al Profeta Abacuc, rassicurandolo:”Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.


E così dirà il Signore Gesù a quei discepoli che gli chiedevano il dono della fede. Ne basterebbe tanta quanta un “granellino di senape”.


Lasciamo fare a Dio. Mettiamo la nostra vita nelle sue mani. Facciamo – senza risparmiarci – tutto quello che possiamo per meritarci la Sua misericordia. Gesù non racconta, in questo passo di San Luca, di un servo fannullone, svogliato, neghittoso. Anzi, dice di un servo che farebbe sognare – per zelo, laboriosità, efficienza – il Ministro Renato Brunetta. Passa dal lavoro nel campo a quello domestico. Sa fare di tutto.


Anche noi, non dobbiamo risparmiarci. Senza però cadere in ansia per i nostri limiti o, peggio, credere di avere chissà quali meriti. Offriamo tutto a lui. Lasciamo fare a lui. noi siamo solo “servi inutili” e il nostro minuto e circoscritto orizzonte ha senso solo se traguardato e consegnato in quello che lui solo può contemplare.


 

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