VercelliOggi.it
Il primo portale quotidiano della provincia di Cuneo
Meteo.it
Borsa Italiana
martedì 18 febbraio 2020 | Vai alla Prima Pagina
Il Santo del giorno
Cerco/Offro lavoro
PiemonteOggi.it
CasaleOggi.it
BiellaOggi.it
CuneoOggi.it
Dettaglio News
04/09/2010 - Saluzzese - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 5 settembre 2010 - "Colui che non porta la propria Croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo"

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 5 settembre 2010 - "Colui che non porta la propria Croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo"
San Luca Evangelista

Dal libro della Sapienza - Cap 9,13-18 –



Quale, uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza».


Dal Salmo 89 (90) –


Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.


Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.


Insegnaci a contare i nostri giorni
E acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!


Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.


Dalla lettera di San Paolo Apostolo a Filèmone – Cap. 1,9-10.12-17


Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mista tanto a cuore. Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.


Dal Vangelo secondo San Luca – Cap. 14,25-33 –


In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».


UN PENSIERO SULLA PAROLA


 C’è qualcosa, in questo quattordicesimo capitolo del Vangelo di San Luca, che è sempre stato capace di lasciarci lì a pensare, anche con qualche inquietudine. Bisogna scorrerlo fino all’ultima riga, per sentirsi dire da Gesù:”Chi ha orecchi per intendere, intenda” (Luca, 14, 35).


E così ci piove addosso, in tutta la sua eloquente allusività, l’incarico di guardare per bene dentro la nostra vita, senza illuderci che quel messaggio possa riguardare qualcun altro. Un messaggio che per tutto il capitolo è esemplificato in modo ben chiaro.


Qualche brano basta, se non a spaventarci, a responsabilizzarci, a farci capire che siamo arrivati al nocciolo della questione: cosa vogliamo fare della nostra vita. Così, a un certo punto del nostro cammino, siamo noi stessi ad “autoconvocarci” in camera charitatis per una “riunione” con la nostra coscienza, domandandoci: allora, cosa vuoi fare?


Gesù incomincia questo discorso pedagogico “a casa di uno dei capi dei farisei”. Cioè, si sarebbe detto una volta, “in partibus infidelium”, proprio in campo avversario. Nella “tana del lupo”.


Ed è così, qualche volta, anche per noi. Quando ci autoconvochiamo per un briefing con la nostra coscienza e dobbiamo tirare le somme della nostra giornata (di quella terrena, nella sua parabola esistenziale, ma anche di quella di 24 ore: cosa abbiamo fatto al lavoro, in famiglia, oggi?) dobbiamo talvolta pensare di essere “a cena”, con il nemico.


Gesù incomincia subito a farci capire quale sia l’atteggiamento, la “postura” interiore che dobbiamo assumere.


Ci ricordiamo ancora delle Letture di due domeniche fa?


Dobbiamo ricordarci che quella “porta stretta” di cui parla lo stesso Vangelo di San Luca al precedente Capitolo 13, può anche essere pensata come “porta bassa”, dalla quale si può transitare solo piegati, a capo chino, con gli occhi bassi. Non certo a petto in fuori, a testa alta, con sguardo fiero o, peggio, altero.


In quella domenica abbiamo (forse con qualche immotivato sollievo) imparato che gli “ultimi” saranno i “primi”.


Ma non per effetto di una sentenza assoluta ed a suo modo “automatica”.


Questo “ribaltone” escatologico riguarderebbe solo “alcuni” o “molti” dei primi e degli ultimi, ma non è un automatismo, del tipo: chiunque sia – quaggiù - primo diventerà – lassù - ultimo e viceversa.


No. “Alcuni”, “molti”, ma non tutti. Insomma, il problema non è tanto quello di essere primi o ultimi (per sperare o temere i provvidenziali ed eterni rovesci di sorte  e campo) ma di “come si sta” e “perché” si è tali, come si è arrivati ad essere – eventualmente – primi. Se questo essere primi (avere tutto, contare, potere) ci piace di più della amicizia di Gesù, della prospettiva della vita eterna.


Questo fa problema, non la condizione di primazia in se stessa.


San Luca, con la sua caratteristica precisione espositiva, forse derivantegli dai due lavori che faceva (medico e storico) ci aiuta molto da questo punto di vista.


Lo dice subito all’inizio del suo Vangelo che intende essere preciso:”Ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato”.


Ricerche accurate, un resoconto ordinato: gliene dobbiamo essere grati.


Ma proprio per questo ogni sua parola deve essere ben meditata.


Se l’aggettivazione a corredo della descrizione della sorte serbata a primi e ultimi ci ha fatto prendere un po’ di fiato, trovare qualche intercapedine tra i due blocchi, nella domenica successiva, domenica scorsa, queste vie di fuga sono invece tutte chiuse.


E ci troviamo di fronte ad un avvertimento non di tipo – come direbbero i giuristi – ordinatorio (che lascia poi spazio ancora a deroghe e proroghe, necessità di ulteriori conferme e, insomma, a tutto ciò che piace tanto al sistema di regole in questo benedetto Paese), ma assolutamente perentorio:”Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.


Punto e basta. “Chiunque” egli sia, se si esalta saranno guai.


Per quanto tempo deve o può durare – tentiamo una scappatoia bizantina - questo atteggiamento di esaltazione, prima che sia classificato e quindi giudicato come tale?


Non c’è un limite. Quindi basta anche un minuto solo di ubriacatura di se stessi e si incappa subito nella sanzione.


Perché tanta severità per quello che, in fondo, potrebbe essere qualificato come un atteggiamento compatibile con le istanze “politicamente corrette” del mondo?


Ce lo spiega bene il passo del Libro del Siracide offerto alla nostra meditazione ancora domenica scorsa:”Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,
perché in lui è radicata la pianta del male
”.
Ecco, su queste parole bisogna riflettere bene.


La “misera condizione” di chi è superbo non trova purtroppo rimedi, perché “in lui è radicata la pianta del male”.


Bisogna riconoscere che tendiamo a non accorgercene, a sottovalutare spesso la portata del fenomeno.


Qualche volta anche perché ci fa comodo fare orecchie da mercante. Ed ecco che, allora, arriva puntuale l’ammonimento che conclude il capitolo 14 del Vangelo di San Luca:”Chi ha orecchi per intendere, intenda”.


Bisogna allora che ci concentriamo di più su questo problema della superbia, perché è evidente che sia il più pericoloso per la salvezza della nostra anima. E che pensiamo bene a queste parole:”In lui è radicata la pianta del male”.


Addirittura. Il problema non non è solo quello di una “adesione” ad una cattiva impostazione.


Con il nostro atteggiamento superbo di autoesaltazione, diventiamo come una coltura idroponica capace di ospitare e alimentare, di essere ideale terreno di coltura di questa cosa pericolosa ed esiziale,  la pianta del male”.


Allora conviene che ci ricordiamo come getti la radice quella pianta, da quale seme nasca e si sviluppi. E così ricorderemo che quel seme è il seme della ribellione a Dio, del cattivo uso che si fa di un dono grande, quello del libero arbitrio.


La ribellione degli angeli destinati ad essere “precipitati” (Apocalisse, 12, 9) su questo mondo nasce proprio da questo sentimento, di superbia. Una superbia sempre in agguato, che può assalirci per tanti motivi, ma soprattutto perché finiamo sempre per credere di avere acquisito per merito nostro ciò che abbiamo.


Invece tutto ciò che abbiamo o siamo ci è stato dato da Dio, nel quale tutto deve essere ricapitolato, per diventare davvero fecondo e vitale e non finire nella umiliazione riservata a chi si sia esaltato.


E il suo primo insegnamento è proprio questo, che non deve mai essere dimenticato, neanche per un momento (Siracide, 1, 1):”Ogni sapienza viene dal Signore
ed è sempre con lui
”.


E così possiamo tornare al Vangelo di San Luca che in questa domenica dobbiamo continuare a leggere tenendo ben presente il prologo con il quale l’Autore Sacro vuole avvertirci che bisogna pesare bene ogni parola.


Sono parole pesanti. Parlano di “odio” addirittura verso i genitori e verso la propria vita. Pare quasi una contraddizione, rispetto al Comandamento “Onora il padre e la madre”. Dicono di una condizione precisa per essere discepoli di Gesù: chi vuole mettersi alla sua sequela deve rinunciare a “tutti” i propri averi.


Una lettura superficiale del testo ci proporrebbe Gesù come un egocentrico geloso. Ma evidentemente non è così. Di nuovo, questa volta con parole dure, ci dice che la nostra vita ha senso solo se ricapitolata in lui.


E quindi ogni cosa, anche la più importante per noi, deve essere vagliata secondo questo ordine di priorità: ciò che occupa il mio cuore viene prima o dopo Dio?


Se viene prima, siamo fuori strada, perché Dio è prima di tutto.


Se papà e mamma ci insegnano qualcosa o dicono di fare qualcosa che è contro Dio, allora e pur con tutto il dispiacere, dobbiamo dire loro che sbagliano e preferire l’amicizia di Gesù.


E poi ecco l’altra esigente condizione posta a chi voglia “decidere” per Dio. Quella di prendere la propria Croce.


Non è una cosa facile, perché siamo piuttosto alla perenne ricerca di Cirenei che ci sgravino anche dei pesi minimi.


Però, se si tratta di una Croce ogni tanto si può anche fare. Ci fa persino piacere iscriverci alla categoria dei buoni programmando qualche sacrificio, magari ostentato, così da guadagnarci, già che ci siamo, anche un po’ di ammirazione o commiserazione e comunque lodi da parte dei nostri contemporanei.


Però, non facciamoci illusioni: se ragioniamo così siamo fuori strada.


Gesù non sa che farsene del nostro “buonismo” della domenica o a corrente alternata. Vuole che l’accettazione dei pesi a noi assegnati sia un atteggiamento psicologico costante, quotidiano e che determini comportamenti coerenti e perseveranti: tutti i giorni dobbiamo sapere che per noi c’è la Croce. E deve andare bene così.


Per dirlo, si affida sempre al precisissimo San Luca, del quale dobbiamo rileggere il Vangelo, ma ritornando al Capitolo 9,23:”Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Ecco: “ogni giorno”. Non ci sono possibilità di equivoco. Non ci sono vacanze, ferie, riposi compensativi. Dobbiamo stare sotto la Croce contenti di starci perché senza Croce non c’è fede, non c’è sequela di Cristo, non c’è salvezza.


Poi, dobbiamo avere fiducia: il Signore non ci dà mai un peso senza darci anche la capacità di sopportarlo.


 


 


 


 


 


 

NON SONO DISPONIBILI ALTRE IMMAGINI
CuneoOggi.it - Network © - Blog
Vercelli Oggi.it Sas Di G.Gabotto & C. - P.I. 02685460020- Direttore: Guido Gabotto
Numero telefonico unico, anche Whatsapp: 335 8457447
Mail: info@cuneooggi.it - Note Legali - Privacy
Supporto tecnologico: Etinet s.r.l - 12038 Savigliano (CN) - www.etinet.it