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31/12/2010 - Valle D'Aosta - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio - "Nato da donna"

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio - "Nato da donna"
Lorenzo Lotto, Natività

Dal Libro dei Numeri, Cap. 6,22-27



Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.
Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».


Dal Salmo 66


Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra.


Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati, Cap. 4,4-7


Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.


Dal Vangelo secondo San Luca, Cap. 2,16-21


In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.


UN PENSIERO SULLA PAROLA


La incomparabile bellezza di questa espressione, “nato da donna”, ci induce a cercare un po’ nella Sacra Scrittura le concordanze con la sensibilità di San Paolo.


A giustificare la nostra ricerca basterebbe il contenuto poetico e letterario di questo brano che la Liturgia presenta alla nostra preghiera ed al nostro pensiero oggi, 1 gennaio, Solennità di Maria Santissima, Madre di Dio.


Ma c’è di più.  L’Apostolo, in queste 74 parole contenute nella Lettera ai Galati, illustra il cuore di una verità teologica assoluta, capace di appagare la nostra sete di conoscenza. E di dare una spiegazione persuasiva e – diremmo – anche in certo suo modo “commovente” al “fatto” della dimensione trinitaria.


Quanto mancava, invece, questa chiave di lettura, al povero Giobbe.


Ci soffermiamo in particolare su questo personaggio, protagonista dello straordinario affresco veterotestamentario sulla sofferenza umana, anche perché è proprio lui a ricorrere con maggiore frequenza (in tre occasioni, sulle sette complessivamente presenti nell’Antico e nel Nuovo Testamento) alle parole “nato di donna”.


Il nostro debito nei confronti del Libro di Giobbe è inestinguibile. E bisogna dire che siamo in buona compagnia, se pensiamo che ad esso si è dedicato con energie particolari nientemeno che Mons. Gianfranco Ravasi, autore di un commentario al testo sacro rimasto ineguagliato. Ma già aveva subito il fascino di quest’opera, “vetta della letteratura mondiale” il grande filosofo cattolico Soren Kierkegaard. Che non si limitava a leggerlo. Lo amava.


Comprendiamo bene quanto ed in quali anche singolari modi si possa amare la Parola, che sa arrivare agli occhi del cuore, talvolta facendo persino a meno della mediazione offerta dagli occhi di carne, bisognosi di sempre più “performanti” sostegni ottici ed oftalmici.


Ecco cosa diceva il filosofo danese a proposito del proprio rapporto con il Libro di Giobbe:”Io non lo leggo con gli occhi come si legge un altro libro, me lo metto per così dire sul cuore e in uno stato di clairvoyance interpreto i singoli passi nella maniera più diversa. Come il bambino che mette il libro sotto il cuscino per essere certo di non aver dimenticato la lezione quando al mattino si sveglia, così la notte mi porto a letto il libro di Giobbe”.


Dicevamo che a Giobbe mancava la percezione di un orizzonte di senso, invece più tardi definita con rigore razionale e nitore cristallino dall’intuizione di San Paolo. Allora quell’uomo giusto, eppure esposto a tante prove, poteva solo abbandonarsi ad un lamento. Solo con se stesso, anelava l’incontro con il Padre. Avrebbe voluto “spiegargli”, avrebbe voluto rappresentare a lui le proprie ragioni (23, 3-5):


Magari sapessi come incontrarlo, come giungere al suo tribunale! Esporrei davanti a lui la mia causa, con la bocca colma di argomenti, saprei con che parole mi risponde e comprenderei ciò che mi dice”.


Egli allude alla minorità della condizione umana ricorrendo ad un interrogativo retorico che ruota attorno alla locuzione “nato di donna”. Ecco dapprima una esposizione assertiva (14, 1):


L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine” che apre la strada a due domande in cui è già contenuta la risposta (15,14):


Che cos'è l'uomo perché si ritenga puro, perché si dica giusto un nato di donna e poi in 25,4:


Come può giustificarsi un uomo davanti a Dio e apparire puro un nato di donna?”.


E’ diverso il tono – in Giobbe quasi rinunciatario, ripiegato su una mestizia che non sa o non può alzare lo sguardo – ma sono molto simili le parole a quelle invece proposte dall’Autore Sacro del Salmo 8 (4):”Che cos'è l'uomo perché tu lo ricordi? E il figlio dell'uomo perché te ne curi?”.


Mentre ancora Giobbe fissa il proprio sguardo su di  un vuoto che gli pare di tenebra, in una dimensione – si passi l’espressione – nichilista, già il Salmista stempera invece la propria domanda nella dimensione di uno stupore incantato che è aperta alla luce dell’incontro (6-9):


Eppure tu l'hai fatto [l’uomo, ndr] poco meno di un angelo, di gloria e di onore l’hai coronato. Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani, hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi: pecore e buoi tutti quanti e anche le bestie selvatiche della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, tutto quel che percorre i sentieri dei mari”.


Per finire abbandonandosi alla contemplazione del Mistero:


O Signore, nostro Dio, quant'è grande il tuo nome in tutta la terra!”.


Dopo un intenso, tormentato ed anche accidentato percorso rivelativo, lungo il quale, come insegna Mons. Ravasi:


Giobbe oscilla tra la spasmodica ricerca di Dio e l’esaltante esperienza di Dio. Il Signore sfidato diviene a sua volta sfidante dell’uomo”, quell’uomo giusto vincerà la sfida proprio perché accetterà la superiorità di Dio. Si consegnerà al suo progetto riconoscendolo “in - comprensibile” poiché troppo grande per essere “compreso”, quindi “contenuto” e perciò “definito” e così “finito” nella condizione umana.


Ma ne riconoscerà la “logica” che è “altra” da quella umana.


Ed allora potrà esclamare, in conclusione del racconto e prima di essere “ri – ammesso” così come il Figliol Prodigo, alla condizione di figlio (42,25):


Ti conoscevo per sentito dire ora i miei occhi ti hanno veduto”.


In realtà, Giobbe non vide nulla con gli occhi della carne, ma vide  con quelli del cuore, proprio come amava dire di sé a proposito di questo grande Libro il filosofo Soren Kierkegaard.


L’ultimo approccio veterotestamentario alla nozione di “nato di donna” perviene dal Libro del Siracide.


E’ contenuto nel monumentale Capitolo decimo (che pubblichiamo integrale al termine di questo articolo): un vero e proprio scrigno sapienziale. Ci offre, tra l’altro, alcune suggestioni immortali (10, 2-3):


Quale il governatore del popolo, tali i suoi ministri; quale il capo di una città, tali tutti gli abitanti. Un re senza formazione rovinerà il suo popolo;una città prospererà per il senno dei capi” per chi voglia cimentarsi nello studio del rapporto difficile quanto necessario tra la fede e l’azione sociale e politica.
Nel contesto pedagogico del Capitolo l’espressione “nati di donna” è rafforzativa di una definizione che ancora oggi forse si potrebbe chiamare “di genere”, ma alludendo a quello umano invece che a sue diramazioni etero (od orto) dosse (10,18):


Non è fatta per gli uomini la superbia, né per i nati di donna l'arroganza”.


Questa lapidaria verità ci conduce, quasi prendendoci per mano, in un punto preciso dell’ “ambiente” neotestamentario.


Come abbiamo visto, l’Apostolo Paolo parla con parole che, lungo tutto il percorso rivelativo, mettono sempre in luce – da Giobbe al Siracide – la debolezza del “nato di donna”. Giobbe sa che l’uomo è impuro. L’Ecclesiastico (così è anche conosciuto il Libro di cui è autore Yeshua Ben Sirach, nel II Secolo a.C.) mette in guarda questa così fragile creatura dal “montarsi la testa”, dal volersi ergere in qualche modo al di sopra della propria condizione di finitudine: meglio non allargarsi troppo. E’ sempre stata una grande verità. In qualsiasi momento dell’umana vicenda ne vogliamo prendere atto: nella nostra vita di tutti i giorni. Oppure quando vogliamo manipolare la vita che invece è di Dio. O, ancora, quando pensiamo di dominare – fino anche a deturpare e mettere in pericolo - un mondo che la Provvidenza del Padre ha invece affidato a noi perché ne fossimo diligenti, attenti e rispettosi custodi, ricordandoci a chiare lettere, ad esempio nel Libro del Levitico (25,23):


Le terre non si potranno vendere per sempre; perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini”. Più chiaro di così!


Ebbene, nel Nuovo Testamento sono i Vangeli di San Matteo e San Luca a riproporre la definizione “nati di donna”.


Ne abbiamo già parlato qualche settimana fa, quando – ed è l’ultima in ordine espositivo delle citazioni assonanti con quella oggi al centro della nostra riflessione  – abbiamo letto il settimo Capitolo del Vangelo di San Luca (Cap, 7,28):


Io vi dico, tra i nati di donna non c'è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”.


Peraltro pressochè identico, in questa così “fotografica” rappresentazione della realtà a quello di San Matteo (Cap. 11,11):


In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”.


San Paolo, San Matteo e San Luca di dicono di un “nato di donna” destinato ad una grandezza ineguagliabile. San Paolo parla addirittura di Gesù, mentre Gesù stesso allude invece a San Giovanni Battista.


Ma tutti si avvalgono di un espediente letterario rafforzativo di un contrasto: il contrasto tra la povertà, la minorità di una condizione umana priva della compagnia di Dio e la vocazione umana alla fraternità con l’Unigenito per diventare, così, pienamente figli, come dice San Paolo proprio in questo brano della Lettera ai Galati:


Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio”.


Questo passaggio dalla condizione di  “schiavo” a quella di “erede” avviene per mezzo di Maria, la Madre di Dio, anch’ella certamente “nata di donna”.


Ci si può scervellare fin che si vuole, ma se ci domandiamo perché mai il Signore abbia voluto donare all’umanità il proprio figlio unigento per mezzo di una semplice creatura umana, non troviamo risposta che, secondo una logica umana, sia plausibile.


Così gli è piaciuto fare per amore e nell’amore. Nient’altro che amore. E questo è per noi difficilmente riconducibile alle nostre povere categorie intellettuali. Siamo troppo piccoli per “comprendere” per “contenere” in noi l’idea dell’Amore. Ma, se accettiamo la disparità tra la creatura ed il Creatore, allora ciò che non è - e che resta - non “contenibile”, non umanamente “logico”, diventa invece paradossalmente razionale. E, così, il credere diventa ragionevole e, anzi, pare che più nulla sia ragionevole se visto al di fuori del disegno preparato dal Padre sin dall’alba della creazione.


Del resto, così dovette proprio pensare Maria stessa. I primi due capitoli del Vangelo di San Luca ci consegnano l’immagine di una donna tutt’altro che “credulona”. Se lo fosse stato, magari, come capita a tanti di noi in questi tempi, invece che credere all’Angelo che le portava l’annuncio, agli Angeli che ora - appena nato il Salvatore - svolazzano sulla misera capanna di Betlemme, avrebbe più facilmente creduto agli oroscopi, a qualche mago che non cura ma risolve.  


San Luca ci parla di una donna che fa funzionare il cervello, usa il senso critico, dimostra un’intelligenza inquieta, in ricerca. Paradigma di tutti coloro che sanno essere proprio questo il dono forse più grande che il Padre ha voluto per quella – tra tutte le creature – fatta ad immagine e somiglianza proprie. Maria, in questo secondo Capitolo:”da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”.


Poco prima si era distinta per un atteggiamento prudente, ma al tempo stesso indagatore (Luca, 1,29):


A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto”.


Dopo il sorprendente annuncio, incontriamo ancora un atteggiamento interrogativo, una obiezione (34):


Allora Maria disse all'angelo: Come è possibile? Non conosco uomo”.


Maria ci insegna proprio questo e proprio su questo nel giorno in cui celebriamo la sua divina maternità, è bello impegnare le nostre energie intellettuali:”Grandi cose” fa il Signore, qualche volta anche per mezzo nostro, poveri “nati di donna”. Lasciamo fare. Usiamo l’intelligenza che ci ha dato per farci docili alla Sua volontà e cooperare al compimento della Sua opera.


Ecco ora alcune notizie sulla Solennità che celebriamo oggi, 1 gennaio 2011.


La solennità di Maria SS. Madre di Dio è la prima festa mariana comparsa nella Chiesa occidentale. Originariamente la festa rimpiazzava l'uso pagano delle "strenae" (strenne), i cui riti contrastavano con la santità delle celebrazioni cristiane. Il "Natale Sanctae Mariae" cominciò ad essere celebrato a Roma intorno al VI secolo, probabilmente in concomitanza con la dedicazione di una delle prime chiese mariane di Roma: S. Maria Antiqua al Foro romano, a sud del tempio dei Castori.
La liturgia veniva ricollegata a quella del Natale e il primo gennaio fu chiamato "in octava Domini": in ricordo del rito compiuto otto giorni dopo la nascita di Gesù, veniva proclamato il vangelo della circoncisione, che dava nome anch'essa alla festa che inaugurava l'anno nuovo. La recente riforma del calendario ha riportato al 10 gennaio la festa della maternità divina, che dal 1931 veniva celebrata l'11 ottobre, a ricordo del concilio di Efeso (431), che aveva sancìto solennemente una verità tanto cara al popolo cristiano: Maria è vera Madre di Cristo, che è vero Figlio di Dio.
Nestorio aveva osato dichiarare: "Dio ha dunque una madre? Allora non condanniamo la mitologia greca, che attribuisce una madre agli dèi "; S. Cirillo di Alessandria però aveva replicato: "Si dirà: la Vergine è madre della divinità? Al che noi rispondiamo: il Verbo vivente, sussistente, è stato generato dalla sostanza medesima di Dio Padre, esiste da tutta l'eternità... Ma nel tempo egli si è fatto carne, perciò si può dire che è nato da donna". Gesù, Figlio di Dio, è nato da Maria.
E’ da questa eccelsa ed esclusiva prerogativa che derivano alla Vergine tutti i titoli di onore che le attribuiamo, anche se possiamo fare tra la santità personale di Maria e la sua maternità divina una distinzione suggerita da Cristo stesso: "Una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: "Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!". Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!"" (Lc 11,27s).
In realtà, "Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e senza peso alcuno di peccato la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente" (Lumen Gentium, 56).


Il testo integrale del Libro del Siracide, Capitolo decimo


 Siracide 10


1 Un governatore saggio educa il suo popolo,
l'autorità di un uomo assennato sarà ben ordinata.
2 Quale il governatore del popolo, tali i suoi ministri;
quale il capo di una città, tali tutti gli abitanti.
3 Un re senza formazione rovinerà il suo popolo;
una città prospererà per il senno dei capi.
4 Il governo del mondo è nelle mani del Signore;
egli vi susciterà al momento giusto l'uomo adatto.
5 Il successo dell'uomo è nelle mani del Signore,
che investirà il magistrato della sua autorità.
6 Non crucciarti con il tuo prossimo per un torto qualsiasi;
non far nulla in preda all'ira.
7 Odiosa al Signore e agli uomini è la superbia,
all'uno e agli altri è in abominio l'ingiustizia.
8 L'impero passa da un popolo a un altro
a causa delle ingiustizie, delle violenze e delle ricchezze.
9 Perché mai si insuperbisce chi è terra e cenere?
Anche da vivo le sue viscere sono ripugnanti.
10 La malattia è lunga, il medico se la ride;
chi oggi è re, domani morirà.
11 Quando l'uomo muore eredita insetti, belve e vermi.
12 Principio della superbia umana è allontanarsi dal
Signore, tenere il proprio cuore lontano da chi l'ha creato.
13 Principio della superbia infatti è il peccato;
chi vi si abbandona diffonde intorno a sé l'abominio.
Per questo il Signore rende incredibili i suoi castighi
e lo flagella sino a finirlo.
14 Il Signore ha abbattuto il trono dei potenti,
al loro posto ha fatto sedere gli umili.
15 Il Signore ha estirpato le radici delle nazioni,
al loro posto ha piantato gli umili.
16 Il Signore ha sconvolto le regioni delle nazioni,
e le ha distrutte fin dalle fondamenta della terra.
17 Le ha estirpate e annientate,
ha fatto scomparire dalla terra il loro ricordo.
18 Non è fatta per gli uomini la superbia,
né per i nati di donna l'arroganza.
19 Quale stirpe è onorata? La stirpe dell'uomo.
Quale stirpe è onorata? Coloro che temono il Signore.
20 Quale stirpe è ignobile? La stirpe dell'uomo.
Quale stirpe è ignobile?
Coloro che trasgrediscono i comandamenti.
21 Tra i fratelli è onorato il loro capo,
ma coloro che temono il Signore lo sono ai suoi occhi.
22 Uno ricco, onorato o povero,
ponga il proprio vanto nel timore del Signore.
23 Non è giusto disprezzare un povero assennato
e non conviene esaltare un uomo peccatore.
24 Il nobile, il giudice e il potente sono onorati;
ma nessuno di loro è più grande di chi teme il Signore.
25 Uomini liberi serviranno un servo sapiente;
un uomo intelligente non mormora per questo.
26 Non fare il saccente nel compiere il tuo lavoro
e non gloriarti al momento del bisogno.
27 Meglio uno che lavora e abbonda di tutto
che chi va in giro vantandosi e manca di cibo.
28 Figlio, con modestia glorifica l'anima tua
e rendile onore secondo che merita.
29
 Chi darà ragione a uno che si dà torto da sé?
Chi stimerà uno che si disprezza?
30
 Un povero è onorato per la sua scienza,
un ricco è onorato per la sua ricchezza.
31 Chi è onorato nella povertà,
quanto più lo sarà nella ricchezza?
Chi è disprezzato nella ricchezza,


quanto più lo sarà nella povertà?






 

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