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26/07/2015 - Regione Piemonte - Pagine di Fede

I DIECI COMANDAMENTI LETTI DAL GIURISTA, MEDITATI DAL FILOSOFO, CONTEMPLATI DAL CREDENTE - Il Primo Comandamento: Non avrai altro Dio - Al confine della realtà - L’uomo immagine, se non di Dio, almeno di se stesso

I DIECI COMANDAMENTI  LETTI DAL GIURISTA, MEDITATI DAL FILOSOFO, CONTEMPLATI DAL CREDENTE - Il Primo Comandamento: Non avrai altro Dio - Al confine della realtà - L’uomo immagine, se non di Dio, almeno di se stesso

I Dieci Comandamenti. Le tavole della Legge. Il Decalogo.

Abbiamo presentato nelle scorse settimane questa fatica davvero "monumentale" e preziosa dell’Avv. Maria Rita Mottola che ha preparato per i Lettori di VercelliOggi.itPiemonteOggi.it un commento alla Parola letta dal giurista, meditata dal filosofo, contemplata dal credente.

Ecco l’introduzione:

http://www.vercellioggi.it/dett_news.asp?id=63062

e la prima puntata. Il primo Comandamento, nella sua prima parte:

http://www.vercellioggi.it/dett_news.asp?id=63063

La lettura in filigrana lungo la seconda puntata

http://www.vercellioggi.it/dett_news.asp?id=63159

ci ha aiutato a mettere a fuoco la nozione di "Libertà religiosa".

La Terza parte ci mette a contatto con la nozione di laicità:

http://www.vercellioggi.it/dett_news.asp?id=63249

Ideologie come idoli sono l’argomento della quarta parte:

http://www.vercellioggi.it/dett_news.asp?id=63350

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Pubblichiamo ora questa quinta ed ultima riflessione sul Primo Comandamento, dando appuntamento ai Lettori a settembre quando potremo intraprendere il viaggio nel Secondo precetto del Decalogo:”Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio”.

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PRIMO COMANDAMENTO – NON AVRAI ALTRO DIO

Quinta Parte

Al confine della realtà

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Abstrat

L’idolo della scienza.

L’assenza di limiti morali ed etici.

Il delirio di onnipotenza.

La rivalutazione della dignità dell’uomo contro la scienza.

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( maria rita mottola ) - La prima domanda a cui trovare una risposta è l’essenza stessa dell’immanenza della storia umana.

I limiti etici sono imposti da Dio o nascono spontaneamente dalla ricerca umana di dare senso alla vita e regolamentazione alla convivenza?

Come è facile immaginare non è questione di poco conto.

Nel primo caso, i non credenti e gli Stati che si autodefiniscono laici potrebbero affermare che i principi etici non hanno fondamento e per questo motivo non vi è alcun limite all’ agire umano.

Nell’altro una visione laica dovrebbe dimostrare che l’etica elaborata in millenni di storia è priva di validità, inutile e ancor più dannosa all’uomo, prima di eliminare per sempre l’etica nell’agire.

E si badi bene, non si sta parlando della legge morale di kantiana espressione, individuale e individualistica, sempre pronta all’auto-modifica opportunista, bensì quell’insieme di regole comuni a tutti gli uomini: la sacralità della vita umana, il divieto della schiavitù e dello sfruttamento, la libertà e la dignità.

***

E allora negare Dio, come suggerisce certa ideologia, può diventare persino ‘pericoloso’, può persino portare ad ammettere che esiste un insieme di regole non scritte – da alcuni ricondotte al c.d. diritto naturale – che non possono essere violate o ignorate, pena il dissolvimento stesso della civiltà.

Ma è pur vero che difficilmente le diverse tesi sulla natura del diritto, da quelle del diritto naturale alle teorie della giustizia e del bene comune, a quelle relative al positivismo legale, hanno potuto evitare riferimenti costanti alle basi filosofiche del pensiero liberale, sia nelle sue autentiche interpretazioni sia in quelle più distorte e strumentalizzate. Ed è proprio questo, per così dire, andamento pendolare, che ha dato origine non solo ad opposte idee ma ad organizzazioni inconciliabili e contraddittorie della vita sociale e soprattutto di quella del moderno homo economicus incastrato nelle sue inconciliabili diseguaglianze fra la ricchezza dei pochi e la povertà dei molti. L'amara conclusione sullo stato del diritto e dell'economia e delle istituzioni in generale, nel mondo globalizzato, non può che rifarsi alla frase finale della Teoria generale di J.M. Keynes: ‘’But, soon or late it is ideas, not vested interests which are dangerous for good or evil’(Ma, presto o tardi, sono le idee, non gli interessi costituiti, a rivelarsi pericolose, nel bene o nel male) (Rossi G. Liberalismo, diritto dei mercati e crisi economica Riv. soc., 2013, 4, 749).

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Recente è la notizia della costruzione in laboratorio di un embrione umano con tre padri e una madre.

La scienza elabora per se stessa una costruzione libera da ogni vincolo e da ogni limitazione asserendo, falsamente, che solo così si può avere vera ricerca scientifica, giungendo a giustificare la manipolazione degli embrioni e il tentativo di ‘creare la vita’.

Tale affermazione non corrisponde ai canoni scientifici ma è pura ideologia ed è sostenuta dal potere economico che, strumentalizzandola, la ‘riduce o la esalta’ a idolo, annientando la sua vera essenza di collaborazione al progresso, scopo veramente alto e essenziale al benessere umano.

Ritornando al ragionamento iniziale, se si presuppone l’esistenza di valori universali e si nega Dio e con Lui l’essenza etica della vita, non si può negare, anche, l’esistenza di valori universalmente validi.

La ricerca scientifica per secoli ha avuto come motore la curiosità e la volontà di migliorare le condizioni di vita degli uomini, ma ha anche costruito ordigni di guerra – non ne è esente il genio leonardesco – o raffinati strumenti di tortura.

La rivoluzione francese, o meglio, la rivoluzione borghese e ideologicamente connessa alla cultura calvinista e all’ opposizione palese e violenta contro il cattolicesimo (anche se si nega l’esperienza tragica della Vandea, il fatto storico difficilmente può essere messo in discussione) ha portato nei suoi eccessi a costruire uno Stato laico o meglio laicista, diretto all’esclusione di qualsiasi riferimento al sentimento religioso e ha costruito l’esaltazione della scienza, quale potenziale strumento per dare risposta a tutte le domande esistenziali.

Ovviamente non è così e così non può essere.

Non si può pensare che le risposte ultime siano lasciate ‘per così dire in sospeso’ in attesa di qualche novello Newton che assista alla caduta di una mela.

La speculazione filosofica appartiene all’uomo, la si può persino sperimentare ascoltando, ascoltando con attenzione, i bambini sin dall’età prescolare.

Loro dicono, affermano, coordinano pensieri, si stupiscono e inventano la vita in uno spettacolare caleidoscopio di immagini e parole.

La scienza non è e non può essere il fine ma sempre e solo uno strumento. Ed è in questo momento, quando la scienza cessa di essere uno strumento, che diviene un idolo. Tutto ciò che si riferisce alla scienza è per se solo immune da critiche o da limitazioni, è idolatrata, appunto.

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Ma anche se volessimo ammettere che la scienza fosse in grado di consolare, soddisfare e divertire, rassicurare e istruire, condurre e confermare, perché non dovrebbe avere limiti?

Perché solo gli scienziati dovrebbero essere indenni da regole e divieti?

La scienza probabilmente parte dall’assunto di aver ‘ucciso Dio’, di aver dato all’uomo una spiegazione del mondo che non è più ‘creato’ ma figlio del caos e della causalità evoluzionistica.

Le teorie darwiniane sono tutto tranne che scientifiche (ma se ne parlerà in un lavoro autonomo) e come tali non possono dare risposte.

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Ma le domande ultime hanno una profondità tale che non possono trovare risposte semplicistiche e limitate:

Ora, ammesso e non concesso che un Dio esista, qual è il suo rapporto con il mondo? Come si comunica e cosa comunica di sé? La forma primaria di relazione, certamente ontologica: si comunica al mondo perché lo pone in essere. E nel porlo in essere, per un verso lo istituisce come altro da sé, per un altro verso lo include in qualche modo in sé… Dio creando si pone inevitabilmente in relazione con qualcosa d’altro da sé’ (Natoli S. L’immagine del Dio invisibile in Non ti farai idolo né immagine Il Mulino collana I Comandamenti).

E’ questa relazione che turba gli animi o li esalta.

E’ una relazione amorevole e esclusiva, e proprio perché esclusiva ‘spinge’ ad andare oltre sé stessi, verso gli altri in vera accoglienza. Ma è anche una relazione che spaventa, che impone di riconoscere i propri limiti e nel delirio di onnipotenza dell’uomo che prende vita dalla rivoluzione borghese e dai totalitarismi novecenteschi, i limiti non sono ammessi.

Chi sostiene l’idolatria della scienza punta l’attenzione sull’inalienabile libertà umana, disegnando un uomo onnipotente e libero, in assoluto.

La contraddizione insanabile nasce dalle conseguenze dell’attività scientifica sull’essenza umana: se da un lato si propugna la libertà e la superiorità dell’uomo, dall’altro lo si riconduce esplicitamente e senza mezzi termini al suo solo aspetto animale – l’uomo come accidente evoluzionistico che casualmente accade e per questo motivo non può porsi in posizione dominante rispetto agli altri essere viventi –.

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Non solo, la scienza è strettamente connessa e figlia del potere economico dal quale non riesce a svincolarsi o a emanciparsi.

Potere economico che rappresenta l’altro idolo del nostro mondo senza Dio.

Potere economico che vuole l’uomo ridotto a fattore produttivo a bassissimo costo, privo di tutele assistenziali e sociali, possibilmente isolato – così è debole,- ancor più, muto – privato del diritto alla parola e al voto perché ritenuto incapace di esprimere una classe politica efficiente e onesta – divenendo così egli stesso artefice dell’attuazione del progetto che lo vuole annientare.

Il più recente rappresentante principale delle teorie libertarie è certamente Robert Nozick che, in Anarchy, State and Utopia del 1974, ha con dovizia di argomentazioni sostenuto che l'istituzione del governo non è affatto un male necessario, quanto piuttosto un male nient’ affatto necessario. Non solo, ma i nostri diritti altro non sarebbero che una forma di proprietà privata, l' entitlement, che origina da una sorta di diritto naturale di proprietà su noi stessi. Di conseguenza l'unica attività che lo Stato può compiere, ammesso che gli si riconosca qualche legittimazione, è quella di assicurare tali diritti. Anzi, più precisamente conclude Nozick: ‘si può giustificare solo uno Stato minimale, limitato a far rispettare i contratti ed a proteggere il popolo contro la forza, il furto e la frode. Ogni tipo di estensione diversa dello Stato viola i diritti della persona a non essere obbligata a fare certe cose, ed è ingiustificato’.

La difesa delle ineguaglianze è dunque rivendicata come base assoluta del diritto e della società civile.

L'elaborazione diretta o indiretta, sfacciata o inconscia di questa tesi, ha posto le basi ideologiche del nuovo capitalismo finanziario, ben lontano dalle meditazioni del liberalismo classico di Adam Smith, di S. Mill o di John Locke che avevano fornito una legittimazione di civiltà al capitalismo industriale e al suo sviluppo.

La cecità e l'irrazionalità dei comportamenti degli individui provocano, secondo Nozick, un modello generale e un disegno convincente nel dogma del libero mercato efficiente, cioè di un meccanismo nascosto che, a suo parere, risponderebbe esattamente alla “mano invisibile” di Adam Smith.

La crisi del liberalismo ha portato con sé, per usare il titolo del fondamentale libro di Richard A. Posner, il fallimento del capitalismo.

Quel capitalismo che, vittima di una totale deregolamentazione, ha causato a catena, al di là della attuale depressione economica, una serie di crisi sempre più gravi, dalla crisi della democrazia, alla crisi degli Stati e delle loro sovranità e, infine, alla crisi dei diritti.

Una sorta di Giano bifronte, per metà capitalismo anarchico da laissez faire e per l'altra metà capitalismo di Stato, teso solo a garantire la finanza, quel capitalismo di Stato che, come suggeriva già nel 1934 Leon Trotskyha il vantaggio che nessuno conosce esattamente cosa significa’.

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Se il significato di capitalismo risiede poi nell'esercizio del potere del capitale, oggi esso può solo identificarsi con la finanza globalizzata, che unica sopravvive a tutte le crisi e i cui centri di comando sono nascosti e senza personalità se non quella giuridica delle corporations, ma controllano e dettano regole agli Stati che hanno completamente trasferito a quei centri parte e, a volte, tutta la loro sovranità.

L'’ordine dell'egoismo’ ha infine sostituito il ‘mito degli uguali’, spingendo la crisi nel cuore stesso delle democrazie, sì che il potere è stato interamente monopolizzato dal nuovo Leviatano, la cui sola regola è costituita dalla volontà dei singoli, espressa nel diritto privato del contratto al di fuori di qualunque altra disciplina e in definitiva garante della sopraffazione del più forte che detiene il nuovo potere.

Per riprendere il paragone hegeliano questo moderno neo-liberismo ha aspetti evidenti, ancorché assai complessi, di una sorta di neo-feudalesimo globale’ (Gorgoni M. “Dalla sacralità della vita alla rilevanza della qualità della vita” Resp. Civ. e Prev. 2013, 1, 148).

 

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La scienza, che propugna la assoluta libertà individuale, da ancella della teologia diviene ora schiava della finanza, falsamente foriera di emancipazione e di libertà.

Ed è in questo contesto che si pone la discussione giuridica sull’invadenza della scienza nel vita quotidiana: la manipolazione genetica, la procreazione artificiale, la sperimentazione umana farmacologica, il trapianto degli organi illegale, gli uteri in affitto, il transessualismo, l’accanimento terapeutico, la ricerca dell’immortalità.

La scienza come tutti gli idoli richiede sacrifici, sacrifici umani: le donne sfruttate da uomini ricchi che vogliono a tutti costi diventare padri, donne che si ammalano gravemente per le cure a cui devono sottoporsi prima della vendita (perché questo è) degli ovuli, bambini strappati dalle braccia materne, privati del seno caldo e accogliente, decretati orfani ancor prima della nascita; anziani privi di ogni dignità, annientati da cure e operazioni chirurgiche inutili, cavie umane; giovani uccisi e privati di organi per la salute dei ricchi del mondo; persone abbandonate a se stesse, senza affetto e comprensione, convinti che un’ operazione potrà dare loro una nuova vita; embrioni viventi abbandonati nei laboratori; intere popolazioni assalite da malattie sconosciute e costruite in laboratorio.

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E in questo contesto si gioca, talvolta senza percepirne l’importanza, la battaglia più importante dall’inizio di questo millennio.

E’ nell’ambito della responsabilità in famiglia e verso la famiglia si sviluppa un dibattito altrove negato, o trattato con superficialità e speciosità.

Un pensiero debole, volutamente indebolito, privandolo dell’etica per ridurlo al relativismo, oggi appare in tutta la sua ‘debolezza’, si infrange sulla scogliera della ‘serietà dei temi in discussione: nascere non nascere, essere non essere.

È ragionevole concludere che anche la giurisprudenza italiana sia passata dall'etica della sacralità della vita all'etica della qualità della vita: passaggio ormai accettato tanto dalla bioetica laica quanto da quella di ispirazione religiosa. A monte vi è la secolarizzazione della sacralità della vita di stampo liberale, a la Dworkin, cui si deve il conosciuto e originale tentativo di conciliare l'inviolabilità della vita con la sua disponibilità: concetti che Dworkin, non a caso, reputa intercambiabili. Fino ad oggi, infatti, il ‘delirio dei desideri’ aveva trovato un limite insormontabile nella fluidificazione giuridica del rigido precetto religioso della sacralità della vita. Ora che quel limite è stato valicato, c'è chi vaticina, però, la degradazione della vita a prodotto, che si può manipolare e persino rifiutare se scadente, il cui valore può essere misurato sul modello della ‘commodity’, ossia uno standard di qualità a intensità variabile secondo i parametri di un'esistenza completa e funzionale whole, functional human being, in cui si traducono alcuni postulati della doctrine of felicity.

Non è un caso, infatti, che il danno ipotizzato sia chiaramente ascrivibile alla categoria di quello esistenziale, il convitato di pietra di questa sentenza; attraverso il danno esistenziale si perpetua il passaggio dal terreno dei valori da tutelare a quello dei desideri da realizzare, si giuridifica l'aspirazione alla felicità e si supera il problema dell'ingiustizia dando rilievo alle conseguenze pregiudizievoli (il non poter fare) sul pieno sviluppo della persona.

Il rischio che si apra la strada ad una considerazione in termini di disvalore della vita con handicap è bandito dal Collegio di legittimità attraverso la precisazione che la vita con handicap «non è discriminata in un giudizio metagiuridico di disvalore tra nascita e non nascita, ma soltanto tutelata, rispettata ed alleviata per via risarcitoria», per quanto in altro punto della motivazione la sentenza si spinga ad affermare che le sofferenze e l'infermità possano annullare il valore della vita. Il ragionamento riporta al senso laico dell'accezione uomo, evidentemente inteso come valore minimale fondativo della tutela giuridica: nelle parole con cui la Corte attribuisce rilievo alla condizione del bambino condannato a convivere con l'handicap sembra scorgersi il riferimento al venir meno della possibilità di attualizzazione delle sue potenze di valore. Tuttavia, se assumesse davvero rilevanza giuridica l'omnipotenza dell'essere umano, misurarsi con la sua mutilazione, in uno con la prospettazione di un suo oltre reso vano dalla malattia, porterebbe — è stato notato — inesorabilmente all'annichilimento del valore uomo. A maggior ragione, ove si rifletta che l' omnipotenza potrebbe finire con il diventare la cifra con cui l'essere umano viene percepito dagli altri e persino spalancare le porte alla selezione eugenetica e alla monetizzazione dell'incapacità del nato con handicap di produrre reddito. E il dubbio — pur se deprivato delle suoi risvolti più estremi e, francamente, improbabili — in verità, permane, malgrado l'ostinata insistenza con cui la Corte cerca di fugarlo. Se il danno può essere alleviato tramite il risarcimento, è vero anche che i giudici non riescono convincentemente a negare le implicazioni che derivano dall'aver incentrato la decisione sul fatto che possa essere ‘evitato’ tramite la non nascita: conclusione resa particolarmente credibile proprio perché la Corte ritiene che all'origine del danno vi sia un inadempimento che si è concretizzato nella privazione del diritto della partoriente di abortire. In aggiunta, per la stessa ragione per cui la malformazione non è ciò di cui dolersi —stante che il pregiudizio consiste nello stato funzionale di infermità, cioè nella condizione evolutiva della vita che non è somma di vita ed handicap, ma sintesi di vita ed handicap, per cui vita con handicap è diverso da vita — risulta evidente che tra nascere sano e nascere c'è differenza e, quindi, affermare che la nascita malformata è un danno risarcibile significa restare invischiati nella premessa che si intendeva negare: il diritto a non nascere se non sani’ (Gorgoni M. “Dalla sacralità della vita alla rilevanza della qualità della vita” Resp. Civ. e Prev. 2013, 1, 148).

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Se lo scienziato non ammette autocensure, il giurista deve imporle. Il giurista, come lo scienziato, non può svincolarsi dall’etica, non può costruire norme per assecondare l’idolo, non può dimenticare che l’uomo è immagine, se non di Dio, almeno di se stesso.

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L’articolo è stato pubblicato anche sulla rivista www.personaedanno.it

 

http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=47737&catid=115&Itemid=362&mese=05&anno=2015

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