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04/02/2018 - Vercelli Città - Politica

LA COSTITUZIONE E' SEMPRE GIOVANE - Tra politica, diritto e storia i pensieri sull'Atto sempre capace di 'emozionare' - Renato Balduzzi tiene a battesimo 'Riflessione e Proposta' l'Associazione di cultura politica dedicata a Lucia Pigino

LA COSTITUZIONE E' SEMPRE GIOVANE - Tra politica, diritto e storia i pensieri sull'Atto sempre capace di 'emozionare' - Renato Balduzzi tiene a battesimo 'Riflessione e Proposta' l'Associazione di cultura politica dedicata a Lucia Pigino
Da sinistra Alessandro Bizjiak, Renato Balduzzi, Filippo Campisi, Elisabetta Dellavalle


Lasciando la briglia un po’ lunga ai ricordi, il pensiero torna, in questa sera di un mite 2 febbraio a Vercelli, ad un bel libro scritto nel 1980 da Pietro Scoppola:”Gli anni della Costituente, tra politica e storia”.

Chi scrive ebbe il privilegio di conoscerlo e di seguirne qualche insegnamento nella breve stagione della “Lega Democratica”, la cooperativa di studi che Scoppola fondò, con altri come Achille Ardigò, Roberto Ruffilli, Paolo Prodi, a cavallo tra gli Anni ’70 e ’80.

 

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E la fantasia suggerisce come si possa, certo con qualche licenza, ma senza esagerare, vedere, nelle figure di Alessandro Bizijak ed Elisabetta Dellavalle, le icone di un dittico – politica e storia – già idonee ad illustrare una tensione mai sopita in questi 70 anni dalla approvazione della Carta Costituzionale.

Ma l’illustrazione del nostro articolo rimanda un' ulteriore “tavola”, che sta lì a ricordare – quasi se ne facesse premura Filippo Campisi – come la dialettica sull’attualità della Costituzione Italiana non si possa esaurire nei canoni della storia, né solo in quelli della politica, per inverarsi ed esprimersi, invece e forse più propriamente, in quelli del Diritto.

Su di loro e con loro, il Maestro, Renato Balduzzi, non già interprete di una quarta immagine, ma che è lì per illustrare come in tutte le tre precedenti – storia, diritto, politica – sia riposto un segno chiaro capace di dare senso all’idea guida di questo incontro: “La nostra Carta Costituzionale è sempre giovane”.

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Prima uscita pubblica della neonata associazione “Riflessione e Proposta” - che si ispira alla tradizione del cattolicesimo democratico, volendo altresì assicurare al futuro la testimonianza politica, civile ed umana di Lucia Pigino - questa occasione di studio sulla Costituzione coglie una sintonia con larga parte dell’opinione pubblica.

Perché la gente è tutt’altro che indifferente al ragionamento sui cardini, sulla pietra angolare, sugli elementi costitutivi della convivenza civile.

Basti un cenno  - è un pensiero del tutto ascrivibile all’estensore di questo articolo, senza riferimento alcuno ai contenuti del convegno – alla ferma opposizione popolare, di massa, alla proposta recata con il Referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

Né hanno maggior titolo di rappresentarsi i dubbi sulla opportunità di celebrare il settantesimo anniversario, quasi che fosse una concessione ad una ritualistica stanca, vuota di passioni ed attualità, al modo di una liturgia senza fede.

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Non ha infatti futuro chi non sappia fare memoria della propria storia.

Storia e memoria sedimentano facendosi cultura capace di dare, come la radice cui attingono i tralci, linfa per germogli e frutti nuovi.

Tra i tanti spunti cui potrebbe dare luogo la bella relazione di Balduzzi ( Docente di Diritto Costituzionale ed ora componente del Consiglio Superiore della Magistratura, già Ministro e uomo politico protagonista della transizione tra Prima e Seconda Repubblica ) ci piace trattenerne uno, che pare alla nostra sensibilità eloquente per dire come sia attuale la lezione sulla Costituzione.

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Sulla Carta Costituzionale come la leggiamo ora, certo, ed altresì per come si è snodato il processo redazionale, per come si è sviluppato il dibattito tra Costituenti, che è materia di studio affascinante: questo il richiamo e l’invito su cui Balduzzi è tornato con “pedagogica” sollecitudine.

E che, naturalmente, echeggia anche nel libro citato in esergo, di Pietro Scoppola.

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Allora, eccoci alle suggestioni sull’attualità, apparentemente lontane da un incontro concepito per andare “alla radice”.

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Una nota preliminare, quella di Balduzzi, sulla “carta d’identità” dei Padri Costituenti.

Fu, quella, una generazione di giganti, come raramente il corso della Storia riesce a distribuire lungo una stessa “curva” gaussiana.

Da Aldo Moro a Pietro Calamandrei, da Umberto Terracini ad Achille Grandi, per dirne qualcuno.

Ed il richiamo più suggestivo è proprio ad Aldo Moro il cui magistero, forse, una certa retorica della neobanalità e, talvolta, della semplice ignoranza, distorce oggi in qualcosa di simile a bizantinismi buoni per tentare la conciliazione dell’inconciliabile, secondo una visione riduttivamente compromissoria del dialogo necessario.

La Storia consegna, a chi la voglia leggere e studiare, invece la figura di un uomo che, affabile e sempre signorile nel tratto, sa che l’approccio con la verità è essenziale, austero, severo: talvolta anche non privo di una certa durezza.

Basti questo scampolo a noi sempre caro, tratto da una sua lettera ad Agostino Saviano:

Mi pare che nella vita, per fare qualcosa di grande e di buono, e perciò di duraturo, occorra saper pagare di persona, facendosi attori e veri partecipi poi del dramma.

Le forme di questa partecipazione possono certo mutare, chè il destino non è uguale per tutti; ma finchè questa partecipazione non vi sia, finchè si resti freddi spettatori senza avventura e senza dolore, tant’è come non vivere.

Chè la Storia si fa senza e contro quelli che non conoscono la ferita che fa sangue e non sanno cosa sia il dono dell’amore”.

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Moro accademico, docente, politico, come lo avremmo conosciuto nei decenni successivi, è Aldo Moro che così pensa e scrive, mentre si consegna ad una missione già allora vagheggiata, per assecondare meglio una vocazione.

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Torniamo all’oggi – anzi, a venerdì scorso, 2 febbraio – per riprendere la sollecitazione sapiente di Balduzzi.

Che ricorda il dibattito, nei lavori preparatori della Costituzione, in sede di Assemblea Costituente, tra Roberto Lucifero d’Aprigliano, liberale, e lo statista di Maglie.

Lucifero avrebbe preferito che la Costituzione fosse qualificata come “a”fascista, con l’alfa privativo.

Mentre Moro sostenne l’idea che dovesse prepararsi una Costituzione “anti”fascista.

Con queste motivazioni che leggiamo nel discorso tenuto all’Assemblea plenaria il 13 marzo 1946.

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Dapprima, la illuminante premessa:

Costruendo il nuovo Stato noi determiniamo una formula di convivenza, non facciamo soltanto dell'organizzazione dello Stato, non definiamo soltanto alcuni diritti che intendiamo sanzionare per la nostra sicurezza nell'avvenire; determiniamo appunto una formula di convivenza, la quale sia la premessa necessaria e sufficiente per la costruzione del nuovo Stato”.

 

E quindi, la cifra dell’attitudine ad unire anziché dividere, così eloquente sin da quelle prime posizioni di Moro:

 

Costruire un nuovo Stato, se lo Stato è - com'è certamente - una forma essenziale, fondamentale di solidarietà umana, costruire un nuovo Stato vale quanto prendere posizione intorno ad alcuni punti fondamentali inerenti alla concezione dell'uomo e del mondo.

 

Non dico che ci si debba dividere su questo punto, partendo ciascuno da una propria visione ristretta e particolare; ma dico che se nell'atto di costruire una casa nella quale dobbiamo ritrovarci tutti ad abitare insieme, non troviamo un punto di contatto, un punto di confluenza, veramente la nostra opera può dirsi fallita.

 

Divisi — come siamo — da diverse intuizioni politiche, da diversi orientamenti ideologici, tuttavia noi siamo membri di una comunità, la comunità del nostro Stato e vi restiamo uniti sulla base di un'elementare, semplice idea dell'uomo, la quale ci accomuna e determina un rispetto reciproco degli uni verso gli altri ”.

 

Ma veniamo al punto sulla qualificazione “antifascista” della Costituzione.

Un passo toccante che non esita a lasciare il passo alle emozioni:

 

Non possiamo in questo senso fare una Costituzione afascista, cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico di

importanza grandissima, il quale nella sua negatività ha travolto per anni le coscienze e le istituzioni.

 

Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa

Costituzione oggi emerge da quella resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale. (Applausi).

 

Guai a noi, se per una malintesa preoccupazione di serbare appunto pura la nostra Costituzione da una infiltrazione di motivi partigiani, dimenticassimo questa sostanza comune che ci unisce e la necessità di un raccordo alla situazione storica nella quale questa Costituzione italiana si pone.

 

La Costituzione nasce in un momento di agitazioni e di emozione.

 

Quando vi sono scontri di interessi e di intuizioni, nei momenti duri e tragici, nascono le Costituzioni, e portano di questa lotta dalla quale emergono il segno caratteristico.

 

Non possiamo, ripeto, se non vogliamo fare della Costituzione uno strumento inefficiente, prescindere da questa comune, costante rivendicazione di libertà e di giustizia.


Sono queste le cose che devono essere a base della nostra Costituzione e che io trovo in qualche modo espresse negli articoli che sto per esaminare”.

 

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Ora il Lettore si domanderà perché abbiamo in esergo assicurato di leggere, nell’esposizione, in particolare di queste, parti della prolusione di Balduzzi, qualcosa di idoneo a richiamarci alla attualità.

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Il motivo è presto detto.

Si ricorderà che qualche mese fa in Consiglio Comunale di Vercelli approdò la proposta di revisione dello Statuto del Comune.

Come sappiamo, lo Statuto è l’Atto fondamentale dell’Ente.

Ebbene, lungamente preparato dalla Commissione preposta, l’Atto si arenò in Aula proprio per un dissenso attorno all’idea che lo Statuto si rifacesse alla Costituzione “antifascista” della Repubblica Italiana.

Vi fu chi voleva vedere in quell’aggettivo su cui tanto si spese Moro, qualcosa di inattuale, anacronistico, desueto, forse persino antistorico.

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E spiace registrare qualche afasia sul punto proprio dai banchi del Centrosinistra.

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E così perveniamo ad una (prima) conclusione che ci piace consegnare al Lettore ed anche agli organizzatori della riuscita occasione di incontro.

Ciò che è necessario, affinchè la politica sappia parlare alla gente, è che i politici siano preparati.

Altrimenti la subculutura da talk show che apparentemente facilita il dialogo, in realtà inibisce la comunicazione.

Altrimenti – senza dialogo e scambio di idee – resta soltanto la riduzione della persona a monade perpetuamente connessa al dispositivo mobile, ma avulsa dalla realtà.

Certo, perché vi sia scambio di idee, il presupposto “ontologico” è che le idee vi siano.

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E sembra che un luogo dove sarà possibile in futuro sentire qualche idea sia proprio la nuova Associazione “Riflessione e Proposta” dedicata a Lucia Pigino, dove abbiamo altresì rivisto con piacere tanti amici.

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