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26/04/2015 - Vercelli - Pagine di Fede

LA DIFFICILE OMELIA DI MONS. MARCO ARNOLFO - Una Chiesa eusebiana dolente si consegna alla memoria di quella libertà conquistata anche da Sacerdoti Santi - VIDEO E GALLERY

LA DIFFICILE OMELIA DI MONS. MARCO ARNOLFO - Una Chiesa eusebiana dolente si consegna alla memoria di quella libertà conquistata anche da Sacerdoti Santi - VIDEO E GALLERY

( guido gabotto ) - Recandoci in Duomo ieri, 25 aprile, per compilare uno dei servizi sulle Celebrazioni per i 70 anni dalla Liberazione, si affacciava alla mente un pensiero che si vorrà concedere “normale” per un cronista: come avrà fatto Mons. Marco Arnolfo a preparare l'omelia per questa celebrazione?.

integrale al video:

http://www.vercellioggi.it/dett_video_notizie.asp?id=2402 

Omelia difficile: impossibile “evadere” dalla memoria della ricorrenza, quel 25 aprile 1945, primo giorno di un nuovo inizio per il Paese.

Impossibile, anche, “eludere” il tema del giorno, quella ferita apertasi la mattina precedente, con l’arresto del Parroco del Belvedere.

Inutile girare attorno al problema; si trattava certo di uno degli appuntamenti più difficili cui potesse andare incontro questo Pastore così mite, intelligente e buono.

Un tratto forse un po’ timido che cela  una umanità calda e fraterna, che probabilmente lo fa soffrire.

Esperto del Mondo al punto di guardarne le vicende con partecipazione, ma forse anche con un po’ di disincanto, come di chi sa che, in fondo, non succede quasi mai nulla che non sia già stato scritto nei primi cinque Libri della Bibbia.

Rimesso alla Provvidenza.

E la provvidenzialità che così spesso rivela la Liturgia ha forse suggerito la strada da percorrere su di un crinale così stretto.

***

Come quella strada ora calcata da una Chiesa eusebiana dolente e perciò così in sintonia con quel richiamo tratto dalla Prima Lettera di Pietro:” ora dovete essere un po' afflitti da varie prove ”.

Proposizione non risolutiva, demanda a quell’apocope l’illustrazione di significati non univoci.

Dovremo soffrire “un po’”, cioè con una intensità mitigata rispetto – ad esempio – al dolore feroce che ha scelto di patire per noi un Padre che nel Figlio si fa uomo?

Oppure è poco il nostro patire se paragonato a quella gioia già scritta nel nostro destino di salvati? Quella gioia di cui saremo “ricolmi”?

O, invece, è un termine ed un paradigma temporale, quello che si confina nella esigua durata di un tempo lungo il corso di tutta una vita, e poi di una vita intera che è poca cosa se innestata nel corso della eternità?

Certa è solo la ineluttabile esposizione alle “prove”, che sono preparate per noi “ora”, ma che non sono l’esito della esperienza di figli di un Padre misericordioso.

***

Ma la Scrittura pare porgere di nuovo la mano per aiutare il Pastore della Chiesa eusebiana in questo difficile tornante, quando tutti sono lì – forse solo curiosi, o forse invece partecipi, certo interessati a sentire come potrà uscire dall’imbarazzo -  offrendo un indizio prezioso nel Vangelo di S Marco.

Che la Liturgia prepara proprio oggi, 25 aprile, quando la Chiesa ricorda l’Evangelista così sobrio nella propria esposizione, così essenziale nel proprio pensiero, sicchè pare una solidarietà anch’essa provvidenziale quella riservata al Presule che si chiama proprio come l’Evangelista più parco di parole.

Un onomastico impegnativo, nella sua allusività.

Ed è proprio S.Marco a precisare  - siamo al momento dell’Ascensione, del commiato di Gesù dai Discepoli – che il Salvatore.”Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore”.


Ma come, undici?! Non erano “i dodici”?!


No, uno si era ritirato, aveva tradito, non ce l’aveva fatta.

E gli altri – riprende l’Arcivescovo per dire di un finitudine e del limite sperimentato dalla umana creatura – non è che fossero stati tanto migliori: uno l’aveva rinnegato, gli altri si erano dileguati, intimoriti dal pericolo.

E così quella apparentemente fredda computisteria rivela invece pieghe lacerate e dolenti dell’animo umano che sono la nostra cifra ed il nostro orizzonte, per “poco”, anche se a noi in certi momenti pare che l’”afflizione” di quelle “prove” sia interminabile.

Un’omelia che va centellinata.

La offriamo integrale nel video http://www.vercellioggi.it/dett_video_notizie.asp?id=2402


- Poi, nella parte laica della cerimonia, merita anche la bella relazione del Dott. Enrico Pagano (anche questo documento è integrale nel video), Oratore ufficiale della giornata.

Pagano ricorderà gli anni della Liberazione, della ricostruzione -


Pagano ricorderà gli anni della Liberazione, della ricostruzione.

Gli anni nei quali – conclude Mons. Arnolfo – si videro all’opera nel e per il Paese, per una società più giusta, figure di Sacerdoti grandi e qualche volta profetici: Don Luigi Sturzo, Don Primo Mazzolari, Don Lorenzo Milani.

Sacerdoti che hanno amato come il Vangelo ha insegnato ad amare e forse anche di più, se è vero quanto il Priore di Barbiana dettò con le ultime sue forze: ho amato voi – diceva ai suoi ragazzi che lo accompagnavano nel commiato dal Mondo – più del Signore, ma sono certo che Egli non baderà a queste sottigliezze e metterà tutto sul conto.


Ecco, così amano ed hanno amato i Sacerdoti, i tanti Sacerdoti, Religiosi e Religiose Santi.


Sicchè si vorrà concedere – e non certo perché manchi qualcosa all’omelia del Presule – quasi per “contestualizzare” questa idea, come se volessimo anche noi, dal punto di vista di semplici peccatori, pensare locale e globale insieme, di ricordare alcuni Sacerdoti e Religiosi Santi:


Don Luigi Longhi, Don Mauro Stragiotti, Fratel Placido Vidale, Don Giorgio Bertolone.


I primi che affiorano dai ricordi.

Sacerdoti che hanno molto amato e molto amato, in particolare, i giovani.  

Hanno accompagnato ed aiutato a crescere una generazione diocesana.

Di questi che facciamo?

Vogliamo dimenticarcene, nel giorno in cui la Chiesa di Eusebio è dolente?


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