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21/11/2015 - Regione Piemonte - Cronaca

LA GRANDE GUERRA DELLE DONNE E DEI BAMBINI - Integrale, la splendida testimonianza storica di Fulvio Scagliotti, a margine di "Alpin dla Bassa" 2015 - Per dire ancora e sempre: Jamais plus la guerre !

LA GRANDE GUERRA DELLE DONNE E DEI BAMBINI - Integrale, la splendida testimonianza storica di Fulvio Scagliotti, a margine di "Alpin dla Bassa" 2015 - Per dire ancora e sempre: Jamais plus la guerre !
Jamais plus la guerre !

Non si è ancora esaurita l’eco della bellissima cerimonia per il conferimento del premio “Alpin dla Bassa” 2015,

Guarda anche:

http://www.vercellioggi.it/dett_video_notizie.asp?id=2484

che VercelliOggi.it – PiemonteOggi.it può pubblicare, per gentile concessione dell’Autore, la bellissima relazione tenuta da Fulvio Scagliotti su di un tema avvincente quanto fino ad ora poco frequentato: il ruolo delle donne e dei bambini nella Grande Guerra.

Una penna da vero storiografo, che si inutisce però attingere anche da un cuore grande e sapiente di uomo che ama il suo prossimo.

Davvero tanti complimenti a Fulvio Scagliotti ed un grazie sincero per avere messo a disposizione dei nostri Lettori, integrale, la sua fatica. Grazie anche per il bellissimo corredo iconografico, reperibile in formato espanso al termine del testo scritto.

Ecco dunque:

LA GRANDE GUERRA DELLE DONNE E DEI BAMBINI

Il 24 maggio del 1915, quando già le grandi nazioni europee si stavano combattendo da quasi un anno, l’Italia decise di entrare in guerra contro l’Impero austro-ungarico, schierandosi con le potenze della Triplice Intesa.

Cominciò così quella che può esser considerata la prima, grande, esperienza collettiva degli Italiani, che era destinata a lasciare una traccia traumatica ed  indelebile.

Era ancora presente nella memoria di tanti il ricordo delle guerre d’indipendenza che l’esercito, prima sabaudo e  poi italiano, aveva combattuto nella seconda metà dell’Ottocento.

Erano state guerre  che avevano visto coinvolto un numero relativamente limitato di combattenti, si erano svolte in un breve lasso di tempo, si erano risolte con due o tre battaglie campali nelle quali era risultato chiaro chi era il vincitore ed avevano lasciato sul campo qualche migliaio di soldati, morti e feriti.

La prima guerra mondiale fu  un evento drammatico, ma vissuto da tutto il popolo e non solo dai combattenti al fronte.

Parteciparono alla guerra più di cinque milioni e mezzo di soldati : se si tiene conto che le famiglie italiane erano poco meno di otto milioni, non vi fu  praticamente famiglia che non avesse almeno un padre, un marito, un figlio, un fratello o un parente impegnato al fronte.

All’inizio era opinione diffusa che sarebbe stata una guerra  breve, ma, dopo che, attraversato l’Isonzo, i reticolati e le mitragliatrici austriache ebbero bloccato nel sangue l’avanzata italiana, ci si rese conto che sarebbe stato un conflitto lungo e sanguinoso : infatti la  sua durata fu di quarantun lunghissimi mesi - 3 anni e mezzo - durante i quali si combatterono non meno di una quindicina di battaglie , con decine di migliaia di morti da ambo le parti, senza che nessuna fosse risolutiva, prima di arrivare a quella che decise le sorti della guerra.

La Grande Guerra fu la prima guerra moderna di lunga durata, le cui sorti erano affidate alla capacità di mobilitare tutta la popolazione e l’insieme delle energie pratiche e morali dei singoli.

In Italia poco meno della metà della popolazione era costituita da donne ; tenuto conto dell’arruolamento di oltre cinque milioni di uomini, esse erano la netta maggioranza dei civili per cui furono coinvolte nella mobilitazione materiale e psicologica, permettendo di scrivere un capitolo importante nella storia della guerra.                      

Esse  furono chiamate a sostenere il conflitto in uno sforzo parallelo a quello dei soldati, il che produsse un cambiamento di idee riguardo al ruolo femminile.

Prima della guerra, gli uomini di norma lavoravano fuori dalle mura domestiche - erano per lo più contadini e operai -  mentre le donne eseguivano le proprie mansioni all'interno, accudendo i figli e sbrigando le faccende di tutti i giorni, solo un piccola avanguardia era impiegata nelle industrie tessili del Nord. Una situazione che mutò profondamente nel 1915. Il loro ruolo, per la prima volta, passò da "angelo del focolare domestico" a membro attivo dell'economia e della società collettiva.

Per le donne di inizio ‘900 la prima guerra mondiale rappresentò una preziosa occasione : quella di sovvertire davvero, per la prima volta, i ruoli di genere. L’allontanamento degli uomini dai loro impegni quotidiani costrinse infatti la società civile - non senza una buona dose di ostilità e diffidenza - ad affidare compiti significativi alle donne rimaste a casa, assegnando loro attività tipicamente maschili. La guerra si trasformò così in un ottimo contesto per dimostrare le capacità femminili anche in campo lavorativo e per consentire loro, con orgoglio e soddisfazione, di sentirsi, per la prima volta, socialmente utili.

Le attività in cui furono coinvolte le donne durante la prima guerra mondiale furono numerose e di forte rilevanza sociale ed economica.

Naturalmente non per tutte le donne le esperienze furono uguali, ma fortemente condizionate dalle diversità regionali e sociali.

Una cosa era la condizione delle donne delle classi popolari, costrette a subire ristrettezze economiche e alimentari, il peso di nuove responsabilità e il superlavoro derivante dall’accumulo di compiti per l’assenza dei maschi; un’altra quella delle giovani operaie da poco entrate in fabbrica, esposte a lavori pesanti e pericolosi, ma pronte ad approfittare di qualche spazio di libertà dalla tutela maschile e in particolare paterna; un’altra ancora quella delle donne appartenenti alla borghesia ed alla nobiltà, che trovavano per la prima volta il modo di uscire dall’ambito familiare, di sentirsi valorizzate in compiti socialmente utili e pubblicamente riconosciuti. Ma vi fu anche il caso delle donne che furono costrette ad adattarsi a finire nei bordelli voluti dalle autorità militari o quelle che furono costrette a subire le violenze sessuali degli eserciti occupanti.

Tra gli aspetti della mobilitazione femminile che ebbero maggiore visibilità, ossia maggiori echi nella iconografia e nella propaganda, c’erano quelli di tipo assistenziale. Ad alimentarlo fu un volontariato espresso specialmente da donne di estrazione borghese e aristocratica. Esse si mettevano a disposizione delle varie associazioni o comitati sorti con il compito di recare aiuto, sostegno e conforto alle famiglie dei mobilitati nonché agli stessi soldati quando si trovavano in licenza, nelle retrovie o negli ospedali, portando talora piccoli doni per rallegrarli o consolarli, con il ruolo di madrine di guerra.

Altre donne si impegnavano come direttrici o lavoranti, nell’attività di laboratorio di cucito e per la confezione di indumenti militari, nella raccolta di lana e nel confezionamento di abiti adatti a proteggere i soldati dal freddo.

“ Come già saprai sto lavorando calze e guanti per i soldati !                                                                Lunedì sono andata a raccoglier denaro per comperare la lana. La mia squadra era abbastanza numerosa : la caposquadra era Marzia, poi c’ero io, la Pirgoli, la Spinelli, la sig.na Luntarnani, poi anche quella signorina fiorentina che va tutti gli anni alla spiaggia, tu certamente la conosci, ed altre tre signorine. Con noi avevamo quattro giovani esploratori, un volontario ciclista, il padre della si.na fiorentina, il bidello della nostra scuola Norman, e infine quattro carabinieri, e due soldati con il carro di artiglieria per depositarvi gli indumenti che davano molte persone […]. Siamo partiti alle nove dal circolo degl’impiegati civili, e con la fanfara che suonava  « O Trieste, o Trieste del mio cuore », abbiamo fatto il giro di piazza Cavour e del corso V.E.   

Altre donne  inventarono degli indumenti "antiparassitari" che prevenivano il problema dei pidocchi nelle trincee, organizzarono la raccolta dei noccioli di pesche e albicocche che, opportunamente lavorati, si trasformavano in sapone, costruirono un prototipo di maschera antigas che, perfezionata, divenne di uso comune per i soldati in trincea, inventarono e produssero milioni di “ scaldarancio”, una specie di torcia di carta imbevuta di cera o di grasso, che riusciva ad ardere per circa un quarto d’ora, riscaldando il cibo contenuto nella gavetta.

Un’opera di assistenzialismo volontario del tutto particolare fu l’Ufficio Notizie  promosso dalla contessa Lina Bianconcini Cavazza e istituito a Bologna nel 1915, avendo come scopo quello di stabilire un tramite fra il Paese e l’Esercito mobilitato e dare alle famiglie, che le richiedevano, informazioni sui combattenti. La sua importanza è dovuta all’uso ufficiale che ne fece lo Stato italiano sia come mezzo di trasmissione delle notizie riguardanti i militari, sia come supporto nella ricerca di informazioni sui soldati raccolte grazie alla collaborazione di cappellani militari, dame visitatrici e madrine di guerra. L’Ufficio notizie contribuì attraverso il suo lavoro a tenere alto il morale del fronte interno e, per tutto il periodo della sua attività, si mantenne in fieri, ovvero si rivelò disposto a misurarsi con le diverse necessità che progressivamente emergevano. Questa attività non è stata solo indispensabile durante la Prima guerra mondiale, ma lo è tutt’oggi in quanto i suoi schedari e documenti sono utili e preziosi per lo studio del conflitto.

                                               

Uno dei settori più tipici e tradizionali di applicazione dell’impegno femminile alla guerra rimane quello delle infermiere. Allo scoppio della Grande Guerra l’organizzazione della Croce rossa si mise in moto per mobilitare le infermiere volontarie, che furono coinvolte in gran numero nelle opere di assistenza sanitaria nelle immediate retrovie, nei treni ospedale e negli ospedali dell’interno.

“ 2 novembre 1915.  Non si può descrivere come appare il nostro ospedale ; non è neanche più un ospedale, ma una stazione di pronto soccorso. I feriti arrivano e partono come in una processione. Essi giacciono uno vicino all’altro nei corridoi, sulla paglia, e vengono portati in sala d’operazione a seconda delle ferite più o meno gravi- Alcuni muoiono sulla barella, altri sul tavolo di operazione, i più fortunati nel loro letto. Il sangue scorre in terra, non si può passare senza insanguinarsi, l’odore del sangue è perennemente nel naso e non si può liberarsi né di giorno né di notte.”

A Redipuglia, nel monumentale cimitero, sono sepolti centomila soldati italiani e una donna. Una sola, a ricordo delle quasi diecimila che parteciparono a quella guerra, come infermiere, spesso volontariamente in prima linea, andate al fronte – il più delle volte – senza l’approvazione della famiglia: il suo nome è Margherita Kaiser Parodi Orlando e fu decorata con la medaglia di bronzo al valor militare. Questa la motivazione: “Era rimasta al suo posto mentre il nemico bombardava la zona dov’era situato l’ospedale cui era addetta”.

L’enorme consumo di energie umane determinato dal prolungarsi della guerra, il bisogno crescente di mano d’opera in tutti i settori e specialmente in quelli della produzione bellica, provocarono in effetti una specie di invasione di campo femminile non solo nell’ambito della famiglia, ma nelle più diverse attività. 

A colpire maggiormente la fantasia, suggerendo pezzi di colore sui giornali e la pubblicazione di fotografie, fu soprattutto la comparsa delle donne in occupazioni davvero inconsuete, ricoprendo le quali - anche per via delle divise - esse sembravano mascolinizzarsi, modificare le regole della società civile, mostrare una specie di mondo alla rovescia . Le donne divennero tranviere, portalettere, spazzine, ferroviere, ciabattine, pompiere, impiegate di banca e dell’amministrazione pubblica.

Le donne entrarono in modo massiccio nelle fabbriche , non solo in quelle tessili che erano state fin dall’Ottocento il luogo privilegiato per il lavoro femminile fuori casa, ma altresì in settori tradizionalmente riservati alla manodopera maschile, nei lavori di meccanica anche pesante, nella produzione di proiettili, di polvere da sparo, di armamenti leggeri e pesanti.

Questa espansione del lavoro femminile nelle fabbriche fu inizialmente guardata con diffidenza anche da molti nuclei di classe operaia tradizionale che erano rimasti a lavorare in fabbrica. In questo atteggiamento entravano componenti diverse : il timore della concorrenza, dovuta alla disponibilità delle donne ad assumere gli stessi lavori per salari inferiori, la gelosia del mestiere, la mentalità maschilista e familista ( ossia la convinzione che le donne dovessero starsene a casa ) diffusa anche tra gli operai. C’era inoltre la preoccupazione che il loro ingresso rendesse disponibili per l’arruolamento operai che avevano ottenuto l’esonero. Gran parte di questi timori erano infondati e furono superati nel tempo.

Le donne, anzi, furono protagoniste e animatrici di significativi episodi di lotta condotta anche in nome e per conto degli operai maschi più vincolati dal regime repressivo che regnava per il proletariato industriale.

Meno visibile, perché circoscritta all’azienda agricola domestica, ma non meno importante, fu la dilatazione dei compiti e dei ruoli delle donne nelle campagne : più della metà degli uomini che lavoravano in agricoltura ( 2 milioni e seicentomila - i più validi - su un totale di 4 milioni e duecentomila) furono richiamati alle armi.

Inevitabile l’occupazione femminile di spazi già riservati agli uomini, e contemporaneamente lo straordinario aggravio di fatica e di responsabilità.  Le donne videro ancora dilatarsi i tempi e i cicli abituali del lavoro ( col coinvolgimento delle più piccole e delle più vecchie ) e dovettero coprire mansioni dalle quali erano state tradizionalmente escluse. A cadere era soprattutto la divisione del lavoro che vedeva affidati agli uomini i compiti più pesanti e impegnativi, compresa la manovra delle macchine agricole. In assenza degli uomini, le donne dovettero inoltre occuparsi di faccende come le pratiche burocratiche e  i rapporti con gli uffici pubblici, gli acquisti e le vendite di prodotti e di bestiame, le controversie legali, l’assunzione e la gestione di lavoratori esterni. Fu grazie a questo sforzo femminile senza precedenti  che la produzione agricola non subì alcun tracollo durante tutto il periodo del conflitto.     

Una donna contadina raccontò cosi  « Tutti i lavori che dovevano fare gli uomini li facevo anch’io. Andavo persino a sporgere i covoni, a scaricare il grano, ad aiutare a trebbiare quando veniva la macchina »                                                                                                                                Non manca anche chi ricorda quei momenti come un divertimento, una occasione insperata di socialità  « Alla Riviera a trebbiare eravamo tutte donne, c’era qualche macchinista…ma per il resto facevamo tutto noi : chi buttava i covoni, chi tagliava. Noi eravamo ragazze giovani ed era quasi un divertimento ».

Un discorso a parte merita la straordinaria pagina delle Portatrici carniche, scritta tra l'agosto del 1915 e l'ottobre del 1917,  che è forse unica nella storia dei conflitti armati.

La guerra si faceva sulle montagne e i rifornimenti ai reparti schierati dovevano essere portati a spalla.
La situazione venutasi a creare con i feroci combattimenti, non permetteva che venissero sottratti i soldati dalle linee per adibirli a questo servizio. Le donne di Paluzza avvertirono la gravità della situazione ed aderirono subito all'invito drammatico a mettersi a disposizione dei Comandi Militari per trasportare a spalla quanto occorreva agli uomini della prima linea
"Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan"
, "Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame".

 L'età di queste donne variava da quindici a sessant'anni; avevano ereditato dal loro passato la fatica. Abituate da secoli per l'estrema povertà di queste zone, ad indossare la "gerla" di casa - che mai come in questo caso può rappresentare il simbolo della donna carnica - , ora la mettevano sulle spalle al servizio del Paese in guerra.
Fino ad allora l'avevano caricata di granturco, fieno, legna, patate e tutto ciò che poteva servire alla casa e alla stalla. In questa situazione invece la gerla era carica di granate, cartucce, viveri e altro materiale. I dislivelli da superare andavano da 600 a 1200 metri, quindi con due o quattro ore di marcia in ripida salita. Arrivavano a destinazione col cuore in gola, stremate dalla disumana fatica, che diventava ancor più pesante d'inverno, quando affondavano nella neve fino alle ginocchia.

Scaricavano il materiale, una sosta di pochi minuti per riposare, per portare agli alpini al fronte qualche notizia del paese e magari riconsegnare loro la biancheria fresca di bucato, portata giù a valle, da lavare, nei giorni precedenti.
Si incamminavano poi in discesa, per ritornare a casa, dove c'erano ad aspettarle i bambini, i vecchi, la cura della casa e della stalla.
All'alba del giorno dopo si ricominciava con un nuovo "viaggio".
Qualche volta, per il ritorno veniva chiesto alle portatrici di trasportare a valle, in barella, i militari feriti o quelli caduti in combattimento.
I feriti erano poi avviati agli ospedali da campo, i morti venivano seppelliti nel Cimitero di guerra di Timau, dopo che le stesse Portatrici avevano scavato la fossa.
Simbolo delle Portatrici carniche è Maria Plozner Mentil,  ricordata come una donna eccezionale. Era benvoluta per la bontà d'animo e lo spirito d'altruismo. "Anima" e guida trascinatrice delle Portatrici, sempre in prima fila in ogni circostanza, infondeva coraggio alle compagne impaurite e smarrite.
Era mamma di quattro figli in tenera età e sposa di un combattente sul fronte del Carso.
Il 15 febbraio1916
 venne colpita a morte da un cecchino austriaco, appostato a circa 300 metri, a Malpasso di Pramosio, sopra Timau, 
mentre assieme alla sua inseparabile amica Rosalia di Cleulis, si concedeva un piccolo riposo dopo aver scaricato la gerla da un pesante carico di munizioni.

“ Una calza a salire, una a scendere. Qualunque peso avessi nella gerla . Col fischio delle pallottole che trapassa l’anima. Uno, due, tre, quattro… non conto i passi, ma i ferri da calza. Li sfioro con la punta delle dita gelate, quasi ad assicurarmi che siano ancora tra le mie mani. Dal paese fino al fronte, oltre i pascoli innevati faccio la prima, la compagna la finisco prima di tornare a valle, quando la gerla è più leggera e mi prende l’impazienza di arrivare a casa e sentire le voci dei miei bambini. E’ la prova che ci sono, che ancora oggi sono viva. E chissà quei poveretti lassù ? Chissà se ritroverò domani tutti i sorrisi, gli sguardi affilati e le bestemmie che ho contato oggi. Anche stamattina mi sono alzata prima di giorno, Dorina, in camicia da notte mi ha detto  « No, Mamma, oggi no. Resta a casa ». Ma il cielo rischiarava e io me ne sono andata senza voltarmi. In fila con le altre si affonda fino al ginocchio, il respiro si fa più profondo e frequente. Saliamo per ore, riesco anche a riprendere in mano i miei quattro ferri, sono indietro con il lavoro : questo paio è  per Dorina, mi riprometto, gliele regalo stasera. Arriviamo. Scarichiamo la gerla. Mangiamo un boccone con gli alpini. Ed è subito ora di scendere. A valle ci aspetta il lavoro di sempre : il bestiame da governare, il bucato. Con questa neve, in discesa bisogna fare più attenzione che a salire; scure contro la neve siamo un bersaglio semovente. Siamo a Malpasso.  Affondo le mani in tasca : la mia calza, i ferri sono ancora qui. Potrei anche cominciare la seconda adesso. Il sole è alto. Ho fame, anche Rosalia,  che appoggiata la base della gerla ad una sporgenza, mi dice che ha ancora un pezzo di pane là dentro. Mi tolgo il carico e comincio a pescare nella gerla di Rosalia finché non vedo i quattro angoli annodati di un fazzoletto rigonfio in modo promettente.  Poi non ricordo con precisione. Quel sibilo traditore, troppo vicino, le urla di Rosalia, la mia spalla, il dolore piovuto chissà da dove e il ventre che mi sembra di partorire ancora…I soldati….sento mani che mi afferrano, quelle di Rosalia sulla mia fronte. Sento gridare  « Portiamola giù all’ospedaletto. Chi ha sparato ? Perdio  levatela dalla neve ! Maria, son qui, son qui….». Prima che diventasse tutto nero, l’ultima cosa che ho visto sono i miei quattro ferri giù in terra. E una calza spaiata nella neve “.  

Maria aveva solo 32 anni e spirò la stessa notte nell'ospedale da campo di Paluzza.
Ebbe un funerale con gli onori militari ed è sepolta nel Tempio Ossario di Timau.

Nel 1997, il Presidente della Repubblica le ha conferito "Motu Proprio", la medaglia d'oro al valor militare alla memoria quale eroina e quale ideale rappresentante di tutte le Portatrici. E’ l’unica donna a cui è intitolata una delle caserme degli alpini, a Paluzza.

Naturalmente anche i bambini e le bambine furono coinvolti nella guerra,  come membri di famiglie i cui componenti maschi combattevano al fronte e che vivevano tutti gli effetti della guerra nella vita di tutti i giorni.                                                                                                                                                                   Il messaggio era di familiarizzare i bambini con l’evento guerra, di renderla accettabile, di indurli a pensare che combattere e morire fosse un evento normale.                                                                                               

La scuola naturalmente si allineò allo sforzo di mobilitazione di tutta la nazione, rivedendo i programmi per far spazio ad argomenti legati al tema della guerra, in modo da trasformarli in una sorta di strumento per il sostegno patriottico.                                                                                                                                        Nelle ore di italiano si leggevano e commentavano articoli di giornali che parlavano dei fatti che avvenivano al fronte, in particolare si dava rilevanza alla descrizione delle molte illustrazioni pubblicate sui periodici, mettendo in rilievo atti di eroismo compiuti dai nostri soldati, prime fra tutti le famosissime  pagine illustrate da Achille Beltrame pubblicate dalla “ Domenica del Corriere”.                                                                         

I programmi di storia proponevano approfondimenti sulle guerre d’Indipendenza, sulla nascita del Regno d’Italia,  ma non mancavano argomenti quali la mobilitazione e le leve militari, riflessioni sui feriti, e sui caduti e sugli orfani di guerra.                                                                                                                

L’orografia e la idrografia del Carso, territori e luoghi del fronte, i territori e i comuni conquistati facevano parte dei programmi di geografia.                                                                                                                       In scienze si studiavano gli armamenti , le munizioni, gli esplosivi, i gas asfissianti, le trincee , gli aerei, ovvero tutto quanto era attinente ai mezzi usati in combattimento.                                                                                       Gli insegnanti avevano anche il compito di sorvegliare o segnalare i casi di bambini che si dimostrassero poco inclini a sostenere la guerra e lo sforzo patriottico.

Una bambina ad esempio, in un tema, scrisse “ Chi fa la guerra son tutti poveretti, perché di signori non ce n’erano li in terra” riportando le considerazioni sentite dal padre, ricoverato in ospedale dopo esser stato ferito al fronte. La maestra, dopo aver chiesto dove avesse sentito queste cose, strappò il compito e diede un ceffone alla piccola “

Anche i giornali dedicati ai bambini abbandonarono  le classiche tematiche infantili  del tempo di pace per abbracciare la causa patriottica della guerra.

“ Il Corriere dei Piccoli “, il più celebre giornale per ragazzi della storia d’Italia, dette il suo contributo, pubblicando storie e vignette aventi come protagonisti  personaggi, per lo più bambini, che compivano azioni mirabolanti, sempre ai danni dei malcapitati nemici.

Giochi e giocattoli subirono anch’essi una trasformazione radicale : cannoni, mortai, fucili presero il posto di orsacchiotti, cavallini a dondolo e simili.

Nel numero del 10 gennaio 1916  del “ Corriere dei Piccoli “, accanto alla figura stilizzata di un bambino e una bambina coi loro giocattoli, si leggeva questa poesiola intitolata “ Come si diventa soldati “  : « Non si può mica tutti essere soldati, / specie quando si è piccoli, / né marciar, di fucile e di spada armati, / ed espugnare fortificazioni / con gran coraggio, al rombo dei cannoni. / ma possiamo tutti quanti esser davvero / soldati nello spirito,  / utili e prodi con fervor sincero, / e ubbidir, come fanno i militari / senza i “ perché “ né  i “come” ai nostri cari  ».  

I bambini vennero anche indirettamente “ arruolati “ dalla propaganda per la sottoscrizione dei prestiti nazionali lanciati per rastrellare il risparmio, non  come destinatari diretti , ma come veicoli di un  messaggio emotivamente ricattatorio rivolto agli adulti.

Spesso l’idea della sottoscrizione è associata all’evocazione di sentimenti forti : l’amore per il padre combattente, il desiderio che ritorni, il rispetto per coloro che non ritornano e il dolore degli orfani.

Sul “ Corriere dei Piccoli “ del 18 febbraio 1917 si vede un bambino vestito alla marinara che consegna il suo salvadanaio a un soldato, con la didascalia “ Porta il tuo salvadanaio perché papà ritorni presto vincitore “ ; su una cartolina illustrata due bambini con espressione dolente si rivolgono all’osservatore con queste parole : “ Nostro padre ha dato la Vita, Voi non negherete il denaro. Sottoscrivete “.

Anche l’impiego del lavoro minorile e giovanile fu un fenomeno di notevole ampiezza. In un primo tempo andarono ad occupare i posti lasciati liberi dagli adulti che cambiavano lavoro, poi furono reclutati anche nei maggiori stabilimenti ausiliari. Nel 1918 le industrie ausiliarie occupavano  circa 70.000 ragazzi fino ai sedici anni. Nella Fabbrica d’Armi di Terni i lavoratori con meno di 20 anni furono il 46 % di tutti i nuovi assunti nel periodo della guerra.

Ragazzi tra i 15 e i 18 anni - ma in molti casi, eludendo la legge, anche minori di 15 anni - andarono a ingrossare le file del Genio militare, che reclutava squadre per l’esecuzione di lavori nelle zone del fronte ( trinceramenti, edificazione di baracche, piazzole per l’artiglieria, camminamenti ).  Si trattava per lo più di ragazzi meridionali spinti dalla povertà e di ragazzi veneti e friulani favoriti dalla vicinanza delle retrovie.         

A guerra finita, al ritorno dei reduci, il ripristino della normalità evidenziò il sorgere di gravi problemi. La riconversione industriale ad una economia di pace  provocò una contrazione dei posti di lavoro. A subirne le conseguenze  furono nuovamente le donne che, espulse dal sistema produttivo, avrebbero dovuto ancora una volta assumere il ruolo passivo di madri e mogli sottomesse ai voleri del capofamiglia. Ma ormai le donne avevano preso consapevolezza del proprio potenziale. Nei centri urbani, tra la borghesia, aumentò il numero di donne che completavano studi superiori ed universitari, impiegandosi nelle varie attività. Nel mondo rurale, invece  il ruolo della donna rimase quello dei primi anni del Novecento. Crebbe però una nuova attenzione nei loro confronti e la demarcazione netta tra lavoro maschile e femminile si attenuò. Anche in Parlamento ci fu una presa d’atto della grande prova data dalle donne nel momento del grave pericolo della patria. E forse proprio grazie al ruolo avuto nella Grande guerra che si arrivò, dopo lunga discussione, all’approvazione della legge Sacchi ( 8 marzo 1919 ) che aboliva, finalmente, la famigerata autorizzazione maritale che impediva alle donne di poter decidere in prima persona, ma in Italia si dovette arrivare al 1946 per riconoscere alle donne il diritto di voto e pari dignità, quest’ultima purtroppo solo sulla carta.

 


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