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18/01/2016 - Vercelli - Pagine di Fede

QUELLA BENEDIZIONE DEGLI ANIMALI CHE VIENE DA LONTANO - Nel rito così caro alla Tradizione, la risposta ad un bisogno di radicalità contemplato nella parola sincera ed autentica di S.Antonio Abate

QUELLA BENEDIZIONE DEGLI ANIMALI CHE VIENE DA LONTANO - Nel rito così caro alla Tradizione, la risposta ad un bisogno di radicalità contemplato nella parola sincera ed autentica di S.Antonio Abate

La devozione popolare per S.Antonio Abate, così diffusa e radicata da oltre 1.700 anni nel cuore del popolo di Dio ha sicuramente qualcosa a che fare con il bisogno di radicalità e di cose autentiche, affascinanti e persuasive come il suono di una parola sincera.

Quella sincerità che si recupera – nel tumulto del mondo – scegliendo la via del deserto.

L’immagine, poi, rimanda anche alla accezione materiale dell’espressione, ma in modo più accessibile all’uomo ed alla donna di oggi, a quella interiore.

Una via buona anche oggi per recuperare alla verità una vita spesso  rassegnata a confinarsi nella  dimensione simulata delle convenzioni.

Regole di “etichetta” che – come la moneta cattiva con quella buona, protagonista della Legge di Gresham – scaccia l’etica certo più esigente e così forse scomoda.

Allora il deserto non è luogo idoneo alla fuga, bensì alla ricerca e capita che cercando si trovi non “al posto”, ma “a fianco” della relazione umana, talvolta problematica anche e perchè gravata dalle incrostazioni del mondo, la semplice e pura risposta che sta nel cuore di un cane, amico da sempre dell’uomo.

Amico al punto che la sua misteriosa vocazione all’amore gratuito, alla nostra compagnia, è parte del Magistero evangelico se è vero che il povero Lazzaro, cui la mensa del ricco Epulone è inaccessibile e preclusa,  è così povero ed emarginato che nessuno, proprio nessuno, tra gli uomini lo guarda, ne ha cura, gli è fratello, tantomeno ne lenisce le piaghe.

Che invece i cani non possono stare a guardare senza fare ciò che possono – leccandole – per tentare (umanamente?) di portare un po’ di consolazione.

Non meravigli dunque se l’attualità di un magistero, quello dei Padri del Deserto di cui Antonio fu il maestro, fondatore del modello anacoretico di convivenza nella vita consacrata, non è mai stata messa in discussione nemmeno nei momenti di secolarizzazione più insidiosa e pervasiva, come quello recente che ha conosciuto la dittatura del relativismo e del pensiero unico.

Perché il bisogno di radicalità che sta nel rapporto tra l’uomo e le altre creature (ciascuna al proprio posto, ovviamente, perché non è “naturale” la purtroppo, anch’essa dilagante “umanizzazione” dell’animale come risposta alla solitudine ed all’isolamento psicologico) è qualcosa di inestirpabile dal cuore umano.

Così ogni anno questa cerimonia richiama – nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di S.Antonio Abate, il 17 gennaio – anche a Vercelli, nella piccola Cappellania dedicata al “Padre” del deserto, nell’omonimo vicolo a ridosso del Teatro Civico, tante persone sinceramente affezionate ai loro amici a quattro zampe.

Non solo cani, anche gatti, ovviamente, canarini, tartarughe.

Sono tutti i benvenuti.

Un tempo la benedizione era ovviamente rivolta anche a quegli animali compagni di lavoro dell’uomo: il cavallo, l’asino, il bue e insomma tutta la fauna che popolava le cascine.

Oggi la tradizione si rinnova grazie al contributo del Parroco del Duomo, Mons. Pino Cavallone ed all’iniziativa della Confraternita che regge il luogo sacro, dove è anche custodita la “macchina” lignea di Gesù che porta la Croce, icona fondamentale nel corso della Processione del Venerdì Santo.

Ecco la gallery con qualche immagine di ieri.

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