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08/10/2013 - Regione Piemonte - Economia

VERCELLI - Perchè i prezzi del risone sono in picchiata? - "Quos vult Iupiter perdere, dementat prius" - Prima tappa di un viaggio attraverso la più difficile congiuntura della risicoltura italiana -

VERCELLI - Perchè i prezzi del risone sono in picchiata? - "Quos vult Iupiter perdere, dementat prius" - Prima tappa di un viaggio attraverso la più difficile congiuntura della risicoltura italiana -
La sala contrattazione delle Borsa risi, martedì 8 ottobre 2013 - Vercelli
Domanda: Come vede l’attuale fase di mercato, il futuro della risicoltura italiana?

Risposta:”Quos vult Iupiter perdere, dementat prius”.

Ammesso che sia mai stato calzante, a proposito di una realtà invece assai sapiente, viva e non di rado anche imprenditorialmente vivace, oggi lo stereotipo che vorrebbe l’agricoltore, il coltivatore diretto, un po’ miope rispetto alle sfide dell’ora è del tutto inadeguato.

Questo nostro viaggio tra le temperie di una fase di mercato senza precedenti (a grandi linee: il prezzo al quintale del risone non è, oggi, poi così distante da quello che incominciavamo a conoscere negli anni lontani di studi alla Cascina Boschine) incontra subito una persona che ha le idee chiare.

E le esprime nella lingua di Virgilio, ma citando Euripide:”Quos vult Iupiter perdere, dementat prius”. Come non avrebbe – forse – avuto la presenza di spirito di fare nemmeno Camillo Benso Conte di Cavour.

E sono solo le 11 di questa mattina 8 ottobre, martedì, unico giorno rimasto di contrattazioni alla Borsa merci in Piazza Zumaglini a Vercelli.

Avevamo, bazzicando il mondo agricolo, in anni lontani fatto l’abitudine alle citazioni latine udite dall’Onorevole Renzo Franzo.

Una per tutte:”Bis dat qui cito dat”.

A proposito del credito agrario o di certe provvidenze in conto capitale e per significare che “dà due volte chi dà presto”.

Cioè le pratiche bisogna istruirle ed evaderle in fretta, perché altrimenti si rischia di arrivare tardi, di non raggiungere più lo scopo. 

Invece, chi dà subito, è come se desse due volte. Tempestività, ci voleva – e ci vuole – a proposito di burocrazia.

Si vede che l’Onorevole (compirà 100 anni il 16 gennaio prossimo) ha fatto scuola ed ora il lessico di Tacito è padroneggiato con invidiabile scioltezza da una persona che conduce in proprio l’azienda agricola di famiglia, ti accoglie sul mercato ed è – in questa giornata uggiosa, quando Piazza Zumaglini è di nuovo popolata da volti mesti a causa dei prezzi in picchiata – una delle poche che accetta di dire qualcosa ad un giornalista sulla fase di mercato.

Ma, ancor più, sulle prospettive di un settore alla prova, come tanti altri, del cimento con il “lato oscuro” della globalizzazione, cioè la globalizzazione della miseria.

Incontra il giornalista nell’androne del Palazzo dell’Agricoltore non senza, in esergo, consigliargli qualche buona ulteriore lettura, sempre per capirne qualcosa di più sull’orizzonte epocale, sul trend, su come gira e girerà il macinato. Faremo tesoro.

Dunque, quando Giove vuole rovinare qualcuno, prima gli fa perdere il senno.

Bisogna decifrare e non è facile.

Perciò meglio andare con ordine e  – di nuovo – dobbiamo tornare con la memoria a fatti lontani, quando, agli esordi dell’attività giornalistica, sempre l’On. Franzo, allora appena disceso dallo scranno parlamentare, ma pur sempre persona molto impegnata, trovò comunque un intero pomeriggio di tempo per spiegare al giovane (incaricato di compilare un articolo sul prezzo del riso) il meccanismo ostico dei “montanti compensativi”.

O forse il meccanismo ostico non era ed era invece duro di comprendonio quel giovane: chissà.

Il sistema dei montanti compensativi fu una delle prime articolate architetture nel regime dei prezzi introdotta in area Cee (come si chiamava allora l’Unione Europea) per regolare i corsi di un mercato già allora non “libero” nel senso smithiano del termine. Il prezzo del riso aveva bisogno di essere “difeso” già allora. Come quello del pomodoro ed in certi periodi delle uve.

Ora siamo chiamati a fare i conti con una produzione lorda vendibile mondiale pari a circa 700 – 750 milioni di tonnellate di risone. Quella italiana è di 1.5 milioni di tonnellate (2,4 quella europea).

A che prezzo ed in virtù di  quale rapporto tra domanda ed offerta l’agricoltore italiano riesce a vendere il proprio riso?

Un rapporto, quello tra domanda ed offerta che per tradizione è regolato anche grazie a figure di mediazione rivelatesi per decenni fondamentali proprio per la capacità di mettere in relazione il produttore con l’industria risiera, la Riseria, essendo quest’ultima il vero snodo per il mercato internazionale e del consumo interno.

La figura del Mediatore di riso, che è una icona della ruralità ed è tipica dell’agro vercellese, ha visto nei trascorsi decenni affiancarsi, al Mediatore operativo come “ditta individuale”, non di rado tramandata di padre in figlio, l’azione di Enti emanazione delle stesse organizzazioni sindacali degli imprenditori agricoli.

Consorzi che mirano a "fare cartello", convogliando un’offerta “collettiva”, in grado di raccogliere e rappresentare grandi volumi di prodotto; comunque più grandi di quanto non sia in grado di fare ciascuna singola impresa agricola.

Un fattore di potenziale difesa del prezzo: se siamo tutti uniti (è il principio e la ragione sociale di queste organizzazioni), possiamo reggere meglio e con più potere contrattuale una trattativa anche con i principali acquirenti, le riserie; anche con i grandi gruppi industriali risieri.

Gruppi industriali che in Italia portano non solo “a” un nome, ma portano “un” nome tout court, quello di Francesco Sempio, dalle cui aziende risiere è sempre transitata la maggior parte della produzione risicola italiana.

Un imprenditore che qualcuno non esita a definire geniale e sicuramente un punto di riferimento per tutto il settore; capace di intrattenere buoni rapporti anche con i dirigenti dei Consorzi tra produttori e dei sindacati degli imprenditori agricoli.

Un equilibrio, quello tra domanda ed offerta di risone (la granella di riso essiccata, grezza, non ancora lavorata fino ad ottenere il riso “bianco” commestibile) che ha sempre dovuto fare i conti con uno spettro: la concorrenza dei Paesi extraeuropei.

Un tempo (1974) si temeva persino quella del risone prodotto negli Stati Uniti, mentre ora il fantasma ha gli occhi a mandorla. Il Sud Est Asiatico, la Cambogia, ed i Paesi emergenti.

Da qui partono le navi che arrivano nei grandi porti europei con i loro carichi non solo – ormai – di risone, ma addirittura di riso lavorato, bianco o di parboiled, offerti in banchina ad un prezzo al quintale (30 – 35 euro) pari a quanto riescono, quando va bene, a spuntare i nostri produttori per alcune cultivar a grana tonda o lunga “A” (Balilla, Centauro,Loto) per il risone ancora da lavorare.

E’ chiaro che non c’è partita.

E’ possibile contrastare il fenomeno?

Con quali strategie e da parte di quali attori? In quali sedi nazionali ed internazionali?

Appuntamento a martedì 5 novembre per la seconda tappa di questo viaggio verso il futuro della risicoltura.

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