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04/02/2014 - Valle D'Aosta - Pagine di Fede

VERCELLI - "Ricorda Israele" - Parlare di Dio alle nuove generazioni - Pensieri in margine alla Giornata della vita e della vita consacrata, nella Solennità della Presentazione di Gesù al Tempio

VERCELLI -  "Ricorda Israele" - Parlare di Dio alle nuove generazioni - Pensieri in margine alla Giornata della vita e della vita consacrata, nella Solennità della Presentazione di Gesù al Tempio
Giornata Mondiale della Gioventù

PARLARE DI DIO ALLE NUOVE GENERAZIONI

Premessa.

Ogni precetto di vita onesta e beata ha il suo fondamento nella vera religione, che comanda di venerare l’unico Dio, e di riconoscerlo, con sincerissima pietà, creatore di tutti gli esseri e sommo artefice dell’ordine dell’ universo. E apparisce a noi evidente l’errore di quei popoli che preferirono adorare innumerevoli dei, invece dell’unico vero Dio, poiché conosciamo che i loro sapienti, ai quali si dà il nome di filosofi, avevano scuole in aperto contrasto tra loro, e templi comuni”.

S. Agostino di Ippona si prepara a comunicare il proprio pensiero in “La vera religione” con queste parole di esordio e sembra che voglia attirare la nostra attenzione sul pronome “noi” e sul  verbo “conosciamo”.

Sicchè mentre ci assumiamo il compito di “trasmettere”, di “comunicare” la fede ai nostri figli, naturali o spirituali, conviene non escludere da questo cimento un pensiero su noi stessi e sulla nostra adesione, individuale e collettiva, ecclesiale, al Mistero.

Per ogni uomo c’è un segreto: un destino, dicono alcuni; un progetto dicono altri. Una vocazione, afferma la Parola di Dio. La vita di ciascuno diventa così risposta ad un appello” (Enrico Masseroni, “Insegnaci a pregare”, S.Paolo, 1988).

La nostra fatica – anch’essa parte della nostra personale “risposta” - si consuma tutta entro questi argini: la pedagogia della testimonianza e la pedagogia della catechesi.

Argini entro i quali può scorrere un’ esperienza di fede che è originale ed unica, irripetibile come l’uomo o la donna chiamati a viverla: ma si tratta di un’ esperienza alla quale nulla, in fondo,  possiamo aggiungere o togliere, proprio perché  a sua volta risposta ad una chiamata.

La fede, infatti, è dono.

La trasmissione della fede alle nuove generazioni non è, peraltro, qualcosa di “facoltativo” nella vita del credente, se è vero che l’ Eterno Padre si preoccupa di dettare la prescrizione assai esigente e particolareggiata di Deuteronomio (6, 4 – 8):” Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.  Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze.  Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore;  li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.  Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi  e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte”.

Ed ancora  (idem, 11, 18 – 21): ”Porrete dunque nel cuore e nell'anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi; le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai; le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte, perché i vostri giorni e i giorni dei vostri figli, nel paese che il Signore ha giurato ai vostri padri di dare loro, siano numerosi come i giorni dei cieli sopra la terra”.

E come prima in Numeri (15, 37 – 41):” Il Signore aggiunse a Mosè: «Parla agli Israeliti e ordina loro che si facciano, di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola. Avrete tali fiocchi e, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del Signore per metterli in pratica; non andrete vagando dietro il vostro cuore e i vostri occhi, seguendo i quali vi prostituite.  Così vi ricorderete di tutti i miei comandi, li metterete in pratica e sarete santi per il vostro Dio. Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatti uscire dal paese di Egitto per essere il vostro Dio. Io sono il Signore vostro Dio»”.

2. Testimonianza, simboli, catechismo

Se, dunque, la Fede è dono, è altresì vero che sin dall’ alba della Storia della Salvezza il Creatore affida alla propria creatura il compito di rendere questo dono fecondo.

La Parola stessa pare suggerire l’ idea evocata poc’ anzi di due “argini”, due sponde entro le quali l’ esperienza di Dio può avere una più facilmente accessibile nozione di sé.

Ci piace qui (tentiamo di) riprendere queste stesse immagini.

Noi (…) conosciamo”, diceva S. Agostino. Ed ora possiamo compiere un piccolo passo più sicuro proprio per cercare di capire qualcosa di più su di “noi”, ai quali è dischiusa  una “rivelazione”.

Perché lo “Shma Israel” fa sintesi di questa dinamica “biunivoca”: siamo destinatari di un dono che dobbiamo a nostra volta diffondere con la testimonianza e con i “segni”, con i simboli, con la catechesi.

Andiamo, quindi, con ordine.

2.1.

Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze”.

Nella nostra vita è proprio così? E’ proprio vero?

E’ una domanda non oziosa, perché mentre ci affida un compito di apostolato, di diffusione della Fede, di condivisione della “conoscenza”, una missione pedagogica, il Padre chiede a noi una adesione senza afasie alla sua Verità.

Come intuì Giovanni Paolo II: ”La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad avere posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo ed amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso” (Fides et Ratio, Prologo, 1998).

E’ difficile pensare ad una Chiesa di Laodicea capace di educare alla fede, di promuovere una nuova evangelizzazione.

Non è la Chiesa di Laodicea quella che avrebbe potuto accendere la “Fiamma di amor viva” in San Giovanni della Croce.

Figuriamoci come potrebbe appassionare un giovane.

Il giovane ricco del Vangelo di S. Marco (10, 17 – 22) “se ne andò afflitto” perché non poteva rispondere in modo radicale alla chiamata. Era trattenuto, appesantito, distratto, dai beni. Il suo cuore era là ove si trovava il suo tesoro. Quello che egli giudicava come una cosa preziosa almeno quanto la sua fede.

La sua fede era una bella cosa tra quelle che possedeva.

Se noi non siamo capaci di mettere Gesù al primo posto, ma lo riduciamo ad una opportunità, in qualche modo anteponiamo altro (qualsiasi cosa ci interessi ugualmente se non di più) al Principio Creatore, alla Verità, alla Vita, alla Via.

E se confiniamo Gesù al ruolo di opzione, allora non possiamo trasmettere nulla che non appaia come artificiale; non possiamo comunicare nulla di interessante, di credibile.

Accadde qualcosa del genere a quegli sfortunati nostri padri che volevano costruirsi uno zigurrat, per meglio, secondo i loro progetti, pregare, per dare un posto decoroso ed in qualche modo pre - stabilito, nella loro organizzazione sociale, a Dio: una casa dove metterlo, per raggiungerlo in caso di bisogno ed impegni permettendo.

Dunque il loro non era di per sé un disegno sacrilego, non è che volessero, come talvolta si sente dire, tentare di arrivare al Cielo; la loro non era una sfida a Dio.

Semplicemente, era un volersi sostituire a Lui: volevano, diremmo oggi, dargli un ruolo; magari anche importante.

Sappiamo come andarono le cose a Babele.

Il Signore vede e conclude che (Genesi, 11, 6):”Questo è l'inizio della loro opera”.

Per grande, ingegnosa e persino virtuosa che sia, secondo le categorie umane, quell’ opera è viziata da un aggettivo che si rivelerà esiziale: loro.

E’ quell’ aggettivo che fa crollare la torre, è quell’ aggettivo naturalmente ed inesorabilmente autoreferenziale, che rende impossibile la vera apertura a Dio e all’ altro,  la comunicazione tra uomini; anche la comunicazione, la trasmissione della fede. Perché Babele è già Babilonia.

E sarà solo il dono della Pentecoste che, una volta restituita a Dio, al Creatore, la primazia sul creato, illustrerà nel simbolo della glossolalia la possibilità di una comunicazione autentica e foriera di una promessa verace di vita per la comunità degli uomini.

La prima cosa di cui dobbiamo spogliarci, per sperare di rendere credibili le nostre parole sulla fede, soprattutto alle nuove generazioni, è dunque qualsiasi nostalgia, incrostazione, zavorra, fame di mondo che tolga posto alla fame ed alla sete di Dio.

Pensiamo a quanta fortuna abbia avuto – dal punto di vista della efficacia comunicativa – il messaggio di Steve Jobs: abbiate fame, siate folli.

Ma quanti Santi e Martiri ci hanno detto nei secoli la stessa cosa, senza che ce ne fossimo mai resi pienamente conto?

Chi più “folle”, secondo le categorie umane, di San Francesco?

Chi più efficace di lui nel dirci che la “fame” di Dio può dare senso al patire la fame corporale?

E chi più fecondo di lui nella trasmissione della fede, nella “ri – generazione” della stessa esperienza ecclesiale?

2.2.

“Questi precetti che oggi ti do (…) li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai”.

E’ uno dei passi della Parola che ci sconcerta di più.

Non ammette distrazioni.

Non è, per esempio, che disponga: la domenica, se proprio non avete altro da fare, magari fate due parole su questi argomenti. Fatevi un giro a Messa: anche se arrivate un po’ tardi non importa, basta che arriviate prima della lettura del Vangelo e – se avete un po’ fretta – andiate pure via dopo la Comunione. Vale lo stesso.

Sembra, invece, che non valga, almeno a sentire l’ Estensore del Deuteronomio.

Non è questo il tenore delle parole che ci affidano questo incarico.

E’ un compito che apre e chiude, nel quale si ricapitola la nostra giornata; un compito che non prevede – prima ancora che non ammettere - una fede vissuta nel “riflusso”.

Una fede che da fatto privato “quando sarai seduto in casa tua”, si fa costitutivamente missionaria, sperimenta la dimensione sociale dell’ esperienza e della testimonianza: ”Quando camminerai per via”.

2.3.

Questi precetti che oggi ti do (…) Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi  e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte”.

E ancora:”ordina loro che si facciano, di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola. Avrete tali fiocchi e, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del Signore per metterli in pratica” .

Così da scongiurare un rischio:”Non andrete vagando dietro il vostro cuore e i vostri occhi, seguendo i quali vi prostituite”.  

E’ ancora allo stato nascente, ma già la catechesi si avvale di segni esteriori, di simboli, di richiami materiali idonei a rappresentare una realtà ulteriore e trascendente.

Il simbolo è, infatti, un ponte, una modalità di relazione, che mette in comunicazione cuori e menti uniti nel comune denominatore di un’ idea, di un sistema di valori astratti, rappresentati nelle specie esteriori della materia.

Si badi che il simbolismo, nella sua utilità comunicativa, non ha in sé nulla che lo ascriva obbligatoriamente al novero delle esperienze esoteriche.

Pensiamo, ad esempio, a come sarebbe disastroso se, giunti ad un incrocio, gli automobilisti si fermassero quando si illumina una luce verde ed avanzassero invece quando scatta quella rossa: questo accadrebbe se il Codice della Strada non educasse alla simbologia del semaforo, i cui significati ulteriori non sono per questo reconditi. Sono ulteriori e tanto basta.

Ma il richiamo biblico ai “segni”, che qui leggiamo riepilogati e consigliati in “fiocchi”, “cordoni di porpora”, addirittura, per non correre il rischio di amnesie, “pendagli fra gli occhi” necessari per ricordare quel così importante precetto, fondamentale al punto che non è superfluo scriverlo “sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” altro non è se non il primo tassello di una costruzione liturgica.

Una costruzione che si materializza nello sviluppo di un rituale a sua volta concepito secondo l’uso ordinato di simboli.

Trasmissione della fede e rituale non solo non sono antitetici, ma possiamo al contrario dire che la Parola si preoccupa, sin dalle sue prime pagine, di farcene toccare con mano la complementarietà.

E, tuttavia, nell’ambito di questa stabilita complementarietà è implicita e chiara una gerarchia che subordina il rituale al sistema di valori che esso vuole rappresentare.

Una liturgia senza fede è come una carnevalata triste.

E’ la fede che rende viva e persuasiva la comunicazione, non gli abiti di scena:”Harvey Cox narra questo apologo a titolo esemplificativo (cfr. apologo del clown che dà l’allarme al villaggio in pericolo per l’incendio - in Soren Kierkegaard) per delineare la situazione in cui versa il teologo al giorno d’oggi, e nel clown che non riesce a far sì che il suo messaggio sia veramente ascoltato dagli uomini, vede l’immagine del teologo. Anch’egli, infatti, paludato com’è  nei suoi abiti da pagliaccio tramandatigli dal Medioevo o da chissà quale passato, non viene mai preso sul serio” (cfr.: Joseph Ratzinger, “Introduzione al cristianesimo”, 1968).

Parole che…non hanno paura delle parole.

Ma attenzione a non cadere in un errore:”Basterebbe solo che il clown cambiasse il suo costume da pagliaccio e si ripulisse la faccia perché tutto tornasse perfettamente in ordine. Ma le cose sono davvero così semplici? E’ sufficiente per noi intraprendere  l’ “aggiornamento”, pulirci la faccia e indossare l’abito borghese di un linguaggio secolare o di un cristianesimo a – religioso perché tutto sia automaticamente a posto? Basta davvero cambiare il costume di scena perché gli uomini accorrano con gioia e collaborino a spegnere l’incendio che il teologo dà per esistente e per comune pericolo incombente?” (idem).

Una contraddizione apparente che tuttavia rimane realmente aperta.

Fede e liturgia, dunque, come comunicazione e trasmissione della verità e della carità.

3.Appunti sul “Credo”

E’ certo utile la giustapposizione tra il simbolo degli Apostoli e quello Niceno – Costantinopolitano.

Ecco i due testi, dapprima il Simbolo degli Apostoli, nei suoi 12 articoli:

Io credo in Dio, Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra.
E in Gesù Cristo,
Suo unico Figlio, nostro Signore,
il quale fu concepito di Spirito Santo
nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso,
mori e fu sepolto; discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra
di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.
Credo nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica,
la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne,
la vita eterna.
Amen”.

Ed ecco quello successivo:

 Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,
unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli:
Dio da Dio, Luce da Luce,
Dio vero da Dio vero,
generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo,
e per opera dello Spirito Santo
si è incarnato nel seno della Vergine Maria
e si è fatto uomo.
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato,
mori e fu sepolto.
Il terzo giorno è risuscitato,
secondo le Scritture, è salito al cielo,
siede alla destra del Padre.
E di nuovo verrà, nella gloria,
per giudicare i vivi e i morti,
e il suo regno non avrà fine.
Credo nello Spirito Santo,
che è Signore e dà la vita,
e procede dal Padre e dal Figlio.
Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato,
e ha parlato per mezzo dei profeti.
Credo la Chiesa,
una santa cattolica e apostolica.
Professo un solo Battesimo
per il perdono dei peccati.
Aspetto la risurrezione dei morti
e la vita del mondo che verrà.
Amen”.

Una giustapposizione utile anche perché il confronto mette in ancora maggiore rilievo una evidenza che nei secoli continua ad interrogarci.

La preghiera del Credo è la sola che, in entrambe le versioni, ponga l’accento sulla figura di Pilato.

Ponzio Pilato è l’unico personaggio storico, partecipe della persecuzione, della passione e della morte di Gesù il cui nome sia tramandato ed in qualche modo “fissato” nella formula di una preghiera.

Si tratta, evidentemente, di una personalità di importanza diversa da quella di Erode, di Haifa, di qualsiasi altro attore che abbia parte nel dramma.

Patì sotto Ponzio Pilato” ed anche “Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato”.

La preghiera consegna alla nostra memoria l’idea della sofferenza di Gesù, della “crocifissione” di Cristo “Verità” e rimanda a quel colloquio così straordinario ed unico, di cui racconta San Giovanni (Giovanni 18, 37 – 38):

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?». E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa”.

La comunicazione, la trasmissione delle fede alle nuove generazioni può conoscere il dramma delle persecuzioni.

Può incontrare il martirio.

Può vivere la sfida della evangelizzazione in contesti difficili e persino impossibili.

Ma sempre e ogni giorno si misura con l’insidia del relativismo.

Che cos’è la verità?

Si può ben dire che questa domanda sia la “madre” di tutti i relativismi di sempre.

E’ la domanda che attraversa i secoli e che riecheggia come dominante del nostro tempo.

L’ icona del Dio – Verità, del Dio Eterno che si annuncia all’ uomo della modernità; l’ immagine del Signore della Storia al cospetto dell’ uomo nella storia, dicono di un dialogo ineludibile quanto impossibile; imprescindibile eppure sterile e tuttavia non superfluo poiché la confessione della fede risponde ad un disegno provvidenziale che fa strumento di sé e del proprio progetto per ognuno di noi anche la sordità di orecchi che non vogliono sentire.

 

 

 

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