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17/01/2019 - Vercelli Città - Pagine di Fede

VERCELLI, L'ARMONIA TRA UOMO E NATURA, INSEGNAMENTO SEMPRE ATTUALE DI S.ANTONIO ABATE - Oggi tradizionale 'benedizione degli animali' - La Confraternita del Cristo che porta la Croce: un laicato che concilia fede ed opere

VERCELLI, L'ARMONIA TRA UOMO E NATURA, INSEGNAMENTO SEMPRE ATTUALE DI S.ANTONIO ABATE - Oggi tradizionale 'benedizione degli animali' - La Confraternita del Cristo che porta la Croce: un laicato che concilia fede ed opere
Oggi in Vercelli alla Cappellania di S.Antonio Abate -

E’ sempre una bella funzione religiosa, ricca altresì di iridescenze capaci di illustrare come la fede sappia farsi cultura.

 

Stiamo parlando della benedizione del pane e quella degli animali, in occasione della memoria liturgia di S.Antonio Abate.

 

Non è – lo ricordiamo a noi stessi – il S.Antonio da Padova, che sarebbe vissuto all’incirca mille anni dopo o giù di lì.

 

Il S. Antonio che festeggiamo oggi era un giovane di famiglia benestante, nato nel 250 dopo Cristo (la morte il 17 gennaio del 356 tra Coma e la Tebaide, in Egitto).

 

Avrebbe potuto dedicarsi ad amministrare le vaste proprietà terriere lasciategli dai genitori: insomma, avrebbe potuto fare “il signore” per tutta la vita.

 

Invece, fu raggiunto da quella così esigente chiamata, che non ti lascia scampo, se solo le dai un’ istante di attenzione vera.

 

Sappiamo come vanno le cose, per come le narra – è la Lettura di questa S.Messa nella Cappellania di S.Antonio Abate, attigua al Teatro Civico, questa mattina 17 gennaio – S.Marco nel suo Vangelo al Cap. 10:

 

17 Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».


20 Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21 Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni
”.

 

Aveva molti beni anche il giovane Antonio, che invece non seppe resistere.

 

Fece come il suo Signore chiede sempre, in ogni tempo a tutti.

Per dire che la richiesta è generalizzata, non rivolta a una persona in particolare, la Parola si affida ad un’espressione impersonale – nella quale ci può stare il riferimento identitario di ciascuno – “un tale”.

Senza concedere troppo alla fantasia, si può pensare che si rivolga anche a quelli che beni materiali magari non ne hanno, ma non per questo sono meno legati alle lusinghe, agli idoli del mondo; tra questi il più ingannevole: la mia libertà.

La libertà, magari, di ritrovarsi poi come il figliolo che chiamiamo con qualche imprecisione “prodigo” ed invece figlio, come tutti noi, di quel Padre Misericordioso che troviamo al Capitolo 15 del Vangelo di San Luca.

La libertà che quel ragazzo credette di concedersi, lo condusse a contendere qualche carrubba ai porci di cui si era ridotto a fare il guardiano.

Sant’Antonio scelse, invece,  la povertà che non è miseria.

Perché è una povertà radicata nella vocazione alla rinuncia.

***

Avremmo poi saputo molti anni dopo, leggendo una delle più belle lettere scritte da Giorgio La Pira che “solo rinunciando si vince veramente”.

Perché liberati dal bisogno si è più indipendenti e forti.

A tutta prima si passa magari per stolti o pazzi.

Ma poi anche gli altri si rendono conto che tu non ti ritrovi coricato per terra, con la mano tesa, i tuoi occhi che traguardano il picchiettare delle zampe nella mota, il grufolare dei musi, e cerchi di arraffare la carrubba.

Senza riuscirci.

Perché  l’uomo che cerca di farsi maiale, non sarà mai bravo a fare il maiale come il maiale vero, che segue la propria vocazione di maiale, asseconda la propria natura.

Invece l’uomo che si fa maiale da sé rinnega e snatura il proprio destino di Figlio.

Tanto è vero che è proprio San Luca ( Cap. 15 ) a farcelo notare, affidandoci l’immagine di quella straordinaria, sconvolgente, lacerante, terribile e meravigliosa, commovente e drammatica eppure già piena di gioia, lungimirante, saggia e, insieme, pragmatica e concreta  presa di coscienza che si fa strada nell’animo di quel ragazzo sventurato, ma non abbandonato dal Padre.

Una presa di coscienza tratteggiata nella raffigurazione plastica di un gesto: mi alzerò.

Recupera la stazione eretta e con essa – simbolicamente – il tratto distintivo della condizione umana.

Lo sguardo torna a contemplare un orizzonte più alto, persuasivo e seducente.

***

Ecco, Antonio ebbe la forza di scegliere da sé.

La sua Santità si iniziò così e da qui.

Scelse di essere “ricco” perché liberato dal bisogno.

Così divenne fonte e poi punto di riferimento per una spiritualità che, nella Chiesa nascente, aveva bisogno di esempi più che di maestri.

Lui eserciterà entrambi i ministeri, testimone e maestro.

Testimone di un modo diverso e nuovo di vivere nella dimensione contemplativa, senza dimenticare la necessità radicale del lavoro umile con il quale procurarsi il sostentamento.

Maestro per indicare la rotta nelle tormentate acque di quei tempi di non facile ricerca, dove i modelli di vita, anche di vita consacrata, non erano univoci e non sempre immuni da limiti.

Come sempre la via di una ricerca difficile si invera nella dimensione più autentica, non illusoria né mendace, quando sceglie la “porta stretta”.

Allora Antonio offrì l’idea di una regola di vita cenobitica, il “progetto” preparato per asceti con il cuore e la mente rivolta a Cristo, ma con i piedi ben piantati per terra.

Lavorare un piccolo orto per procurarsi il cibo, poi pregare e meditare la Parola.

Ne scaturì un patrimonio sapienziale che si sarebbe poi individuato nella “saggezza” dei Padri del deserto.

Con lui altri anacoreti, Atanasio, l’abate Pastor ed altri che ne avrebbero seguito le orme, Ilarione ed altri.

***

Antonio un privilegiato, dunque?

Tutt’altro: Santo non è chi sia immune dalla tentazione, bensì chi riesca a vincerla oppure a rialzarsi dopo la caduta.

E di tentazioni fu bersagliato dal suo “nemico” numero uno, il demonio, che sempre gli diede – senza demordere poi nei Secoli – un gran filo da torcere.

C’è tutta un’iconografia che l’arte di ogni tempo ha dedicato a questa figura di asceta e di combattente insieme, vittorioso contro il demonio, ma umanissimo, mai immune dalla necessità di fare i conti con la debolezza umana.

Una grande consolazione, tutto sommato, per noi tutti: le tentazioni le hanno avute anche i Santi.

Meno male.

***

Oggi  Mons. Pino Cavallone, nel corso dell'omelia, ha ricordato la contiguità pastorale di Antonio ed Eusebio, uniti nel contrastare l'eresia ariana.

Antonio lascia questo apoftegma celebre:"Non comunicate cogli empi, detti Ariani, e che sono idolatri piuttosto che cristiani, giacché adorano Gesù eppur lo bestemmiano, ed osano sostenere ch'egli è una creatura“.

Ma Antonio è altresì l'antesignano della ricerca di una convivenza armoniosa tra Creato e creatura.

Tra uomo e natura.

Perché il Padre affida all’uomo “primus inter pares” il compito di custodire il Creato.

Non certo di deturparlo, possederlo, sfruttarlo, dissiparne le ricchezze.

E’ un compito che si deve tramandare da una generazione all’altra: un compito che perciò non si deve concepire in senso predatorio, avvantaggiando una generazione a scapito di quelle successive.

Inculcare questo concetto nelle nostre teste non è solo preoccupazione di Don Mario.

Il Padre ci ha pensato prima e insiste.

Tanto è vero che nel Libro del Levitico, al Capitolo 25, dice a chiare lettere:”Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra e mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini”.

Più chiaro di così.

La terra è mia.

Una sentenza che cade come un colpo di scure a separare due mondi: il mondo di coloro che si credono padroni del Mondo.

Dal mondo di coloro che capiscono di essere “forestieri”, cioè ospiti chiamati dal Padrone vero, “inquilini”, cioè fruitori temporanei di un bene – il Creato – che dovremo lasciare, se possibile, un po’ migliore di come ce lo hanno passato e comunque non peggiorando le cose.

***

Bellissima mattina, dunque, questa mattina alla Cappellania di S. Antonio Abate, in compagnia di tanti piccoli amici a quattro zampe che hanno ricevuto la benedizione.

Un tempo nelle campagne si benedicevano cavalli da tiro e bestiame, oggi surrogati dalle trattrici agricole: segni dei tempi anche questi.

Tante persone qui con i nostri beniamini di tutti i giorni.

Li amiamo come familiari, senza però confondere: non umanizziamoli.

Umanizzarli non è un atto di amore né per loro, né per noi, tanto più se crediamo di eludere così la necessità di comunicare tra uomini e donne.

Non è sempre facile vivere la relazione con il prossimo, perché la gente non scodinzola, come forse ci aspetteremmo che facesse.

E, soprattutto, parla.

Ma questa è un’altra storia.


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