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05/05/2010 - Cuneo Città - Pagine di Fede

VOCE DI UNO CHE GRIDA NEL DESERTO – Prepariamo la via che accoglie il Salvatore colmando ogni valle e abbassando ogni monte

VOCE DI UNO CHE GRIDA NEL DESERTO – Prepariamo la via che accoglie il Salvatore colmando ogni valle e abbassando ogni monte
Il Santuario di Valmala

 



Iniziamo questo mese di maggio, affidando il nostro pellegrinaggio alla Madonna. Come ogni prima settimana del mese il nostro viaggio conduce a Valmala, la località dell’Alta Valle Varaita dove la Vergine, dall’agosto all’ottobre 1834 apparve a quattro ragazze del posto, tutte di nome Maria, che subito la riconobbero ed iniziarono a venerarla con il titolo di “Madre della Misericordia”.


Maggio è il mese mariano per eccellenza. E’ il mese del Santo Rosario e ci piace, poichè la nostra pagina esce il giovedì, ricordare in questa occasione quei misteri del Rosario che ne costituiscono la storica innovazione voluta dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II.


Papa Woytila, lo ricordiamo, nell’anno 2000 volle aggiungere cinque nuovi “misteri” ai quindici tradizionali di cui fino a quel momento si componeva la “corona”. Si tratta dei Misteri della Luce. Sono cinque icone tratte dal Vangelo che, appunto, proiettano una luce rivelativa sulla storia della salvezza: il battesimo di Gesù al Giordano; le nozze di Cana; l’invito alla conversione; la trasfigurazione; l’istituzione dell’Eucarestia.


Oggi incominciamo a guardare la prima “inquadratura”, quella che mette a contatto con la persona di Giovanni Battista, che di questa scena è co-protagonista.


Chi è Giovanni Battista? Sappiamo che è un profeta e anche più. Lo dice Gesù stesso:” E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto:Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te.


Gesù parla di Giovanni con parole semplici e chiare:”tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista”.


Sappiamo dal Vangelo di San Luca che conosce Gesù da quell’ineffabile ora in cui Maria saluta la cugina Elisabetta. Elisabetta è incinta di Giovanni e Maria lo è di Gesù. Giovanni è solo un piccolo feto, ma:”Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo”.


Ed ora, sulla riva del Giordano, “ri – conosce” il suo Gesù:” fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!».


Trent’anni dopo, ancora un sussulto. Dove saranno stati in quei trent’anni? Cosa avranno fatto? Perchè la Parola di Dio ci propone un tempo che a noi può apparire vuoto tra quei due incontri?


Chi è, allora, Giovanni Battista? Così risponde lui stesso:” «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia».


Isaia aveva proclamato:Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore,
appianate nella steppa la strada per il nostro Dio.  Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura.  Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato
”.


Giovanni Battista non è un urlatore solitario e – verosimilmente – accaldato che rompe il silenzio della steppa assolata.


Attira l’attenzione non tanto su di sé, ma su di una dimensione fisica e spirituale: il deserto.


Come Isaia, dice – anzi, grida – che la via del Signore va preparata “nel deserto”. E’ una indicazione data al nostro cuore: per accogliere Gesù, per fissare lo sguardo su Gesù e così  ri – conoscerlo come lui ha fatto -  Ecco l’Agnello di Dio” – dobbiamo preparargli la strada nel silenzio. Nel silenzio interiore. Nel silenzio che si conquista lontani dal tumulto del mondo.


Se il nostro cuore resta consonante con il mondo, palpita con e per il mondo, non può aprirsi a Gesù. Non può porsi in ascolto.


Nel silenzio che lascia parlare la coscienza. La coscienza che ci mette a contatto, ci presenta e ripresenta, le cicatrici della nostra vita. Fa scorrere davanti ai nostri occhi i territori devastati dalle guerre che abbiamo combattuto. Richiama alla nostra memoria le nostre passioni. Le passioni che abbiamo assecondato per conquistare qualcosa che la nostra cupidigia ci proponeva come irrinunciabile.


Per accogliere Gesù, per preparargli la strada:”Ogni valle” deve essere colmata. Anche i crateri scavati dai bombardamenti che abbiamo conosciuto.


Per accogliere Gesù:”Ogni monte e colle siano abbassati”. Anche i monti (o colli, non esageriamo) sui quali abbiamo installato la nostra superbia, il nostro garrulo o cupo egocentrismo, il trono del nostro “Io”.


Il terreno accidentato dei nostri disordini morali, esistenziali, spirituali, si trasformi in piano.


Un deserto. La strada che dobbiamo preparare a Gesù deve essere tracciata “in” e “su” un deserto. Nel silenzio della nostra coscienza colmiamo i crepacci, le voragini, nei quali siamo caduti; spianiamo le alture della nostra autoreferenzialità, delle nostre false mete, i piedistalli sui quali stanno gli idoli che ci conquistano.


Iniziamo e compiamo la nostra conversione.


Potremo così anche noi “battezzare” Gesù.


Con il battesimo (la parola significa “immergere”) simbolicamente l’uomo vecchio muore e nasce l’uomo nuovo.


Non che ne siamo degni, dunque. Si protestava indegno anche il Battista:” «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?»”.


Figuriamoci noi. Però è Gesù che viene a cercarci, che si mette alla nostra portata, che vuole affidarsi – proprio lui – a noi:” poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia”.


Quel lungo tempo che separa i primi giorni di vita di Gesù e del Battista, del Precursore, da questi giorni sul Giordano è un tempo che dunque prepara un incontro. Che prepara una compagnia. In questa compagnia si invera e compie quella “giustizia” evocata da Gesù.


La compagnia di Gesù che ci prende per mano e ci porta verso la vita nuova.


Giovanni dirà:”Egli deve crescere e io invece diminuire”.


Giovanni che pure è “il più grande” tra “i nati di donna” sa che il primo posto è di Gesù. Sa che il nostro tempo, ora, dopo quel lungo tempo passato nell’attesa dell’incontro, deve essere un tempo completamente suo.


 

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